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    October 03

    Uno dei maestri

       


    GEORGES BRASSENS

    Sebbene di madre di origine italiana, Georges Brassens che, in Francia, gode pressappoco della stessa popolarità dei Beatles in Inghilterra, resta relativamente molto poco conosciuto in Italia.
    Georges nasce nel 1921 a Sète, cittadina della costa mediterranea della Francia, da padre muratore e da madre, Elvira Dagrosa, figlia di emigranti napoletani.
    Da suo padre riceve i valori di un uomo semplice, tutto intelligenza e bontà, portatore delle idee laiche della sua epoca; da sua madre l'educazione cattolica e l'amore per la canzone popolare che, ragazzino, ascolta di strada in strada, di grammofono in grammofono.
    Del collegio, che lascia all'età di 15 anni, serberà soltanto il ricordo di un professore eccezionale, alla maniera di Robin Williams in "Carpe Diem", che trasmette ai suoi allievi l'amore per la poesia declamando i versi con grande emozione.
    Poco a poco si rende conto che la canzone ha bisogno della poesia e che egli dovrà perfezionarsi in questa arte, basandosi sull'immenso tesoro di cinque secoli di poesia francese.
    Fino all'età di 31 anni, fra Séte e Parigi, passando per un episodio di lavoro obbligatorio in Germania (imposto ai giovani Francesi, del quale si libera approfittando di un permesso), solitario, legge e studia i più grandi, da François Villon (nato nel 1421, suo Maestro e... maggiore d'età di 500 anni...) ai suoi contemporanei Paul Fort e Aragon, passando per Lamartine, Victor Hugo et Verlaine.
    L' 8 marzo 1952, mentre sta maturando la decisione di rinunciare alla carriera artistica, gli si presenta l'occasione di presentarsi al pubblico.
    Arriva con un quaderno di 30 canzoni, materia prima per tre dischi che saranno rapidamente pubblicati.
    In poche settimane passa dalla miseria e l'isolamento alla celebrità e la fortuna.
    Fino alla sua morte, nel 1981, resterà uno degli artisti (chanteurs) più pagati, si vendono milioni di suoi dischi. Pressappoco in ogni famiglia francese c'è una registrazione del "Bon Maître" (come l'ha definito lo "chanteur" Guy Béart). Praticamente tutti i Francesi possono canticchiare una dozzina di sue canzoni . I suoi personaggi sono conosciuti dal pubblico quanto quelli di La Fontaine. L'uomo non è del tipo "fate quel che dico, ma non quel che faccio", la celebrità e la ricchezza non gli faranno abbandonare né gli amici, né il suo modo di vivere. Lui continuerà a vivere nella sua camera, nella casa dei suoi amici Jeanne et Marcel Planche (l"Auvergnat" della canzone) per 20 anni e farà aggiungere solamente l'acqua corrente.
    Suoi amici saranno talvolta personaggi molto conosciuti, come Jacques Brel o Lino Ventura, talvolta, più sovente, gente completamente sconosciuta dai media, amici d'infanzia o dei giorni difficili.
    Ascoltando una canzone di Brassens si percepisce subito la perfezione della lingua, la sottigliezza di una poesia che appare semplice, tanto è costruita.
    Nei suoi anni di silenzio, Brassens si è costruito un piccolo teatro immaginario, senza tempo, per il quale farà passare una filosofia umanista dalla quale, oggi, noi scopriamo ogni giorno un po' più la modernità.
    Partendo da un anarchismo "istintivo", il suo discorso "morale" mette al primo posto l'individuo. La pace, il "mondo migliore", devono venire dal travaglio interiore di ogni uomo.
    Un approccio, per certi versi, vagamente buddista, ma lontano dalle religioni organizzate e totalmente ateo. Il male lui lo combatte con la sua arma preferita: l'umorismo. E il male prende le sembianze del clericalismo, del militarismo, delle truppe di imbecilli che commettono le cose peggiori per paura di venir attaccati nella piccola tranquillità della loro vita limitata.
    Nel mondo dello spettacolo, è un caso a parte. Non scrive per preparare uno spettacolo. Lui scrive al suo ritmo e, quando dispone di una nuova serie di canzoni, ritorna verso il pubblico che, ogni volta gli tributa un trionfo.
    Lavora alle sue canzoni fino al raggiungimento della perfezione; per alcune, se ne ritroveranno più di 50 versioni provvisorie. I suoi temi sono i temi essenziali di tutti i tempi e di tutte le civiltà: l'amore, il tempo che passa, la morte, l'amicizia e, soprattutto, la vita. La vita più forte di guerre ed ideologie, di potere e denaro, del totale conformismo.
    Alle sue poesie (e, qualche volta, a coloro che ha amato in modo particolare) ha regalato una musica di uguale perfezione (ciò dovuto alla sorgente di una conoscenza enciclopedica della canzone francese e del Jazz), ma che ha voluto discreta ("come la musica di un film, che non si deve sentire"), tutta al servizio delle parole (" io faccio danzare le parole").
    In scena è solo con la sua chitarra e il fedele bassista Pierre Nicolas. Per le registrazioni, una seconda chitarra (Joël Favreau a partire dal 1966). Questa musica è davvero alla stessa altezza della sua poesia. Tanto basta per convincersi ad ascoltare una versione orchestrale o ad ascoltare una versione in una lingua straniera che non si comprenda.
    Georges Brassens è rimasto per tutta la vita "franco-francese" (tre registrazioni soltanto in lingua straniera, in spagnolo, soli concerti fuori dalla francofonia in Inghilterra, In Olanda e a Roma - 29-30 marzo 1958 - . in francese).
    Il fatto è che il suo modo di esprimersi, per chi lo ascolta, deve essere accettato "d'emblée", sia che le sue conoscenze in francese gli permettano la piena comprensione, sia che si accetti, per sè stessa, la musicalità delle parole.
    Non conoscere Georges Brassens è privarsi di buona parte della cultura francese del ventesimo secolo. E', inoltre, privarsi di un'occasione per immergersi nel patrimonio poetico francese, con accompagnamento musicale e molto, molto piacere.


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    May 14

    Fabrizio

    chi sarà a raccontare
     chi sarà 
    sarà chi rimane
    io seguirò questo migrare 
    seguirò questa corrente di ali

    (fabrizio de andrè)

    March 27

    L'amore perduto

      
    La canzone dell'amore perduto

    Ricordi sbocciavano le viole
    con le nostre parole:
    "non ci lasceremo mai,
    mai e poi mai"
    Vorrei dirti, ora, le stesse cose
    ma come fan presto, amore,
    ad appassire le rose
    così per noi.
    L'amore che strappa i capelli
    é perduto ormai.
    Non resta che qualche svogliata carezza
    e un po' di tenerezza.
    E quando ti troverai in mano
    quei fiori appassiti
    al sole di un aprile
    ormai lontano li rimpiangerai.
    Ma sarà la prima
    che incontri per strada,
    che tu coprirai d'oro
    per un bacio mai dato,
    per un amore nuovo
    E sarà la prima che incontri per strada,
    che tu coprirai d'oro
    per un bacio mai dato,
    per un amore nuovo.

    March 11

    Giugno 73

     
     
     
     

    Giugno '73

    (Fabrizio De Andre', "Vol. VIII" )

     

    Tua madre ce l'ha molto con me
    perché sono sposato e in più canto
    però canto bene e non so se tua madre
    sia altrettanto capace a vergognarsi di me
    La gazza che ti ho regalato
    è morta, tua sorella ne ha pianto,
    quel giorno non avevano fiori, peccato,
    quel giorno vendevano gazze parlanti.
    E speravo che avrebbe insegnato a tua madre
    a dirmi "ciao come stai",
    insomma non proprio a cantare
    per quello ci sono già io come sai.
    I miei amici sono tutti educati con te
    però vestono in modo un po' strano
    mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi
    "Sono loro stasera i migliori che abbiamo"
    E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa
    nell'imbuto di un polsino slacciato.
    I miei amici ti hanno dato la mano,
    li accompagno, il loro viaggio porta un po' più lontano.
    E tu aspetta un amore più fidato
    il tuo accendino sai io l'ho già regalato
    e lo stesso quei due peli d'elefante
    mi fermavano il sangue
    li ho dati a un passante.
    Poi il resto viene sempre da sé
    i tuoi "Aiuto" saranno ancora salvati
    io mi dico è stato meglio lasciarci
    che non esserci mai incontrati.

     


     
     
     
     
     
     
     
     
    March 08

    Ad Arezzo














    San Giovanni Valdarno dedica tre giorni di eventi a Fabrizio De Andrè
    www.arezzonotizie.itL’Assessorato alla Cultura del Comune di S. Giovanni Valdarno, in collaborazione con Materiali Sonori organizza nei giorni 9, 10 e 11 marzo una manifestazione interamente dedicata a Fabrizio De Andrè. L’iniziativa oltre ad essere un omaggio a quello che viene considerato il più grande cantautore italiano, intende porre attenzione sul suo percorso artistico che colloca De Andrè tra le personalità più importanti della cultura italiana degli ultimi cinquant'anni.

    Ecco il programma:
    Venerdì 9 marzo, Libreria Fahrenheit 451, ore 21.30, presentazione del libro di Luigi Viva “Fabrizio De Andrè, Non per un dio ma nemmeno per gioco” (Feltrinelli). Concerto di Tommaso Massimo, Marco Gallenga, Richard Cocciarelli.

    Sabato 10 marzo, Palazzo d’Arnolfo, ore 16.00 – ore 21.30, incontro con Romano Giuffrida, Cesare G. Romana, Massimo Gramigni, Luigi Viva, Gianni Guastella, Giampiero Bigazzi.
    Proiezione del film “Faber” di Roberto Giuffrida e Bruno Bigoni

    Domenica 11 marzo, Teatro Bucci, ore 21.30 Alessandro Benvenuti & La Banda Improvvisa, "Storia di un impiegato" di Fabrizio De André con la Filarmonica G.Verdi di Loro Ciuffenna e con Arlo Bigazzi (basso), Stefano Bartolini (sax), Paolo Corsi (percussioni),
    Ruben Chaviano (violino), Luigi Pelli (tuba), Antonio Superpippo Gabellini (chitarre),
    Giampiero Bigazzi (letture). Arrangiamenti e direzione Orio Odori.

    Infine, Casa Masaccio Contemporanea in collaborazione con l’associazione GeneraComunicAzioni presenta: “Ed avevamo gli occhi troppo belli” film interviste e documenti su Fabrizio De Andrè. Casa Masaccio dal 9 al 18 marzo 2007. Orari: feriali 16/19, festivi10/12-16/19, lunedì chiuso
    February 27

    Le spose bambine

    KHORAKHANE'

    (a forza di essere vento)
    Khorakhanè: tribù rom di provenienza serbo-montenegrina.

    Il cuore rallenta la testa cammina
    in quel pozzo di piscio e cemento
    a quel campo strappato dal vento
    a forza di essere vento

    porto il nome di tutti i battesimi
    ogni nome il sigillo di un lasciapassare
    per un guado una terra una nuvola un canto
    un diamante nascosto nel pane

    per un solo dolcissimo umore del sangue
    per la stessa ragione del viaggio viaggiare
    Il cuore rallenta e la testa cammina
    in un buio di giostre in disuso

    qualche rom si è fermato italiano
    come un rame a imbrunire su un muro
    saper leggere il libro del mondo
    con parole cangianti e nessuna scrittura

    nei sentieri costretti in un palmo di mano
    i segreti che fanno paura
    finchè un uomo ti incontra e non si riconosce
    e ogni terra si accende e si arrende la pace

    i figli cadevano dal calendario
    Yugoslavia Polonia Ungheria
    i soldati prendevano tutti
    e tutti buttavano via

    e poi Mirka a San Giorgio di maggio
    tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
    e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
    e dagli occhi cadere

    ora alzatevi spose bambine
    che è venuto il tempo di andare
    con le vene celesti dei polsi
    anche oggi si va a caritare

    e se questo vuol dire rubare
    questo filo di pane tra miseria e sfortuna
    allo specchio di questa kampina
    ai miei occhi limpidi come un addio

    lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
    il punto di vista di Dio

    February 13

    Inediti

    La rivelazione alla presentazione delle celebrazioni per ricordare il grande artista
    "Ho trovato dei nastrini dove giovanissimo interpreta canzoni popolari"

    De André, annuncio di Dori Ghezzi
    "Ho scoperto degli inediti di Fabrizio"


     

    Fabrizio De Andrè

    ROMA - Dori Ghezzi ha trovato degli inediti cantati da Fabrizio De André. Lo ha rivelato la moglie del grande cantautore scomparso nel gennaio del 1999 al termine della conferenza stampa in Campidoglio dove è stato presentato il concerto "Buon compleanno Faber", in programma il 17 febbraio a Milano e il 18 a Roma.

    "Ho trovato dei nastrini - racconta Dori Ghezzi - in cui un giovane Fabrizio interpreta canzoni popolari. Brani non suoi - tiene a precisare - tranne uno". E più di questo non dice. La discografia ufficiale di De André comprende 41 album: tredici registrati in studio, sette dal vivo e ventuno raccolte. Si va dal primo "Tutto Fabrizio De André", del 1966, ad "Anime salve", del 1996.

    La vedova di De André si sofferma invece sulle manifestazioni per ricordare il grande artista. "Le iniziative che riguardano Faber - dice - si moltiplicano e spesso il vero problema è fronteggiarle. Tutta questa dinamicità spaventerebbe Fabrizio che andava sempre molto piano, che distillava le parole, che impiegava 6-7 anni per fare un disco". Bocciata invece l'ipotesi ("lo escludo categoricamente") che possa essere pubblicata una terza antologia di "In direzione ostinata e contraria" di cui sono usciti già due tripli cd.

    (13 febbraio 2007)
    February 12

    Via della povertà

    Il Salone di bellezza in fondo al vicolo
    è affollatissimo di marinai
    prova a chiedere a uno che ore sono
    e ti risponderà "non l'ho saputo mai".

    Le cartoline dell'impiccagione
    sono in vendita a cento lire l'una
    il commissario cieco dietro la stazione
    per un indizio ti legge la sfortuna

    e le forze dell'ordine irrequiete
    cercano qualcosa che non va
    mentre io e la mia signora ci affacciamo stasera
    su via della Povertà.

    Cenerentola sembra così facile
    ogni volta che sorride ti cattura
    ricorda proprio Bette Davis
    con le mani appoggiate alla cintura.

    Arriva Romeo trafelato
    e le grida "il mio amore sei tu"
    ma qualcuno gli dice di andar via
    e di non riprovarci più

    e l'unico suono che rimane
    quando l'ambulanza se ne va
    è Cenerentola che spazza la strada
    in via della Povertà.

    Mentre l'alba sta uccidendo la luna
    e le stelle si son quasi nascoste
    la signora che legge la fortuna
    se n'è andata in compagnia dell'oste.

    Ad eccezione di Abele e di Caino
    tutti quanti sono andati a far l'amore
    aspettando che venga la pioggia
    ad annacquare la gioia ed il dolore

    e il Buon Samaritano
    sta affilando la sua pietà
    se ne andrà al Carnevale stasera
    in via della Povertà.

    I tre Re Magi sono disperati
    Gesù Bambino è diventato vecchio
    e Mister Hyde piange sconcertato
    vedendo Jeckyll che ride nello specchio.

    Ofelia è dietro la finestra
    mai nessuno le ha detto che è bella
    a soli ventidue anni
    è già una vecchia zitella

    la sua morte sarà molto romantica
    trasformandosi in oro se ne andrà
    per adesso cammina avanti e indietro
    in via della Povertà.

    Einstein travestito da ubriacone
    ha nascosto i suoi appunti in un baule
    è passato di qui un'ora fa
    diretto verso l'ultima Thule,

    sembrava così timido e impaurito
    quando ha chiesto di fermarsi un po' qui
    ma poi ha cominciato a fumare
    e a recitare l'A B C

    ed a vederlo tu non lo diresti mai
    ma era famoso qualche tempo fa
    per suonare il violino elettrico
    in via della Povertà.

    Ci si prepara per la grande festa
    c'è qualcuno che comincia ad aver sete
    il fantasma dell'opera
    si è vestito in abiti da prete
    sta ingozzando a viva forza Casanova
    per punirlo della sua sensualità
    lo ucciderà parlandogli d'amore
    dopo averlo avvelenato di pietà

    e mentre il fantasma grida
    tre ragazze si son spogliate già
    Casanova sta per essere violentato
    in via della Povertà.

    E bravo Nettuno mattacchione
    il Titanic sta affondando nell'aurora
    nelle scialuppe i posti letto sono tutti occupati
    e il capitano grida "ce ne stanno ancora",

    e Ezra Pound e Thomas Eliot
    fanno a pugni nella torre di comando
    i suonatori di calipso ridono di loro
    mentre il cielo si sta allontanando

    e affacciati alle loro finestre nel mare
    tutti pescano mimose e lillà
    e nessuno deve più preoccuparsi
    di via della Povertà.

    A mezzanotte in punto i poliziotti
    fanno il loro solito lavoro
    metton le manette intorno ai polsi
    a quelli che ne sanno più di loro,

    i prigionieri vengon trascinati
    su un calvario improvvisato lì vicino
    e il caporale Adolfo li ha avvisati
    che passeranno tutti dal camino
    e il vento ride forte
    e nessuno riuscirà a ingannare il suo destino
    in via della Povertà.

    La tua lettera l'ho avuta proprio ieri
    mi racconti tutto quel che fai
    ma non essere ridicola
    non chiedermi "come stai",

    questa gente di cui mi vai parlando
    è gente come tutti noi
    non mi sembra che siano mostri
    non mi sembra che siano eroi
    e non mandarmi ancora tue notizie
    nessuno ti risponderà
    se insisti a spedirmi le tue lettere
    da via della Povertà.


    February 09

    Un vortice di polvere

    Il suonatore Jones è morto... In una canzone, più delle altre, De André ha parlato di se stesso. Quella del suonatore Jones. "In un vortice di polvere - cantava - gli altri vedevano siccità. A me ricordava la gonna di Jenny a un ballo di tanti anni fa. Ascoltavo il suono forte della mia terra: era il mio cuore. E allora perché coltivarlo ancora, come pensarlo migliore... Libertà, l'ho vista dormire nei campi coltivati, a cielo e denaro, a cielo e amore, legati da filo spinato. Libertà, l'ho vista ogni volta che ho suonato per un ballo di ragazze in festa, per un compagno ubriaco. La gente sa che tu sai suonare. Suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare..."

    Sono sicuro che Jones-Fabrizio il suonatore avrebbe giocato anche con la vita se il creatore non l'avesse preso. Egli che come Jones ha offerto la gola al vino, la faccia al vento e mai un pensiero al denaro, all'amore e al cielo. Mi sembra di vederlo con la chitarra imprecare. Egli che ha dovuto dormire nell'Hotel Supramonte e che ha accompagnato Piero e Marinella verso l'altro mondo.

    Lui che ha fatto di Via del Campo una metafora del mondo intero. Lui che fino all'ultimo cantava canzoni di speranza e tormento. Spero solo che nel morire non abbia sofferto molto. Non lo meritava.

    Il cantante della sofferenza, ma sarebbe bello ricordarlo oggi che le lacrime ufficiali della televisione sono finite, come una specie di miglior avvocato delle cause perse; come un difensore degli ultimi, di coloro che non sanno, dei deboli, dei poveri. Le canzoni di De André hanno insegnato a tutti a guardare con affetto e pietà ai ladri per fame, alle donne di facili costumi, agli innamorati lasciati, agli zingari, ai matti, ai malati, ai soldati morti in guerra. E Vi ricordate della canzone del malato di cuore? Quanto significato in quelle parole. "Ho cominciato anch'io a sognare con loro - cantava - e dopo l'anima, d'improvviso, prese il volo. Da ragazzo guardavo gli altri ragazzi giocare, al ritmo del mio cuore malato, e mi veniva la voglia di uscire e giocare per correre nel prato, per vedere come fanno gli altri ragazzi a riprendere fiato. E ti tieni la voglia e rimani a pensare cosa ti manca per correre... - e segue con il pensiero di quello si faceva "raccontare la vita dagli occhi e non poter bere alla fonte d'un fiato ma a piccolo sorsi...".

    Fabrizio è stato un cantautore di grande valore di queste storie disperate, di morte, di desolazione. Egli aveva sempre nell'animo un sentimento di umanità che era quasi cristiano: egli capiva la sofferenza, il pianto, la tristezza contro la cattiva sorte.

    February 07

    Un libro

    VOLAMMO DAVVERO
    Un dialogo ininterrotto con Fabrizio de André


    “Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane”.
                                                               Fabrizio De André


    Dal 7 febbraio sarà distribuito nelle librerie il primo libro della Fondazione Fabrizio De André Onlus, Volammo davvero, curato da Elena Valdini ed edito da Bur nella collana 24/7 (pagg. 460, € 10,80).
    Si avvale della collaborazione di sessanta prestigiosi autori conosciuti e no:
    Beppe Andreetto, Angelo Aparo, Gianfranca Balestra, Gian Luigi Beccaria, Riccardo Bertoncelli, Giorgio Bezzecchi, Bruno Bigoni, Pierfranco Bruni, Mariano Brustio, Mimmo Càndito, don Luigi Ciotti, Valter Colle, Lella Costa, Lorenzo Coveri, Enrico de Angelis, Cesare de Florio La Rocca, Milli de Giacomi, Vittorio De Scalzi, Domenico Del Prete, Franz Di Cioccio, Vincenzo Enrichens, Franco Fabbri, Giuseppe Facciorusso, Paolo Finzi, Anna Fusari, padre Benito M. Fusco, don Andrea Gallo, Valeria Gandus, Paolo Ghezzi, Romano Giuffrida, Aldo Grasso, Gianni Guastella, Guido Harari, Nicola Labanca, Chiara Landonio, Felice Liperi, Mauro Macario, Piero Milesi, Vincenzo Mollica, Maso Notarianni, Mauro Orlando, Mauro Pagani, Luigi Pestalozza, Nicola Piovani, Fernanda Pivano, Gian Piero Reverberi, don Domenico Ricca, Cesare G. Romana, Anna Clorinda Ronfani, Severino Saccardi, Brunetto Salvarani, don Alessandro Santoro, Michele Serra, Adriano Sofri, Antonio Tabucchi, Vincenzo Tassinari, Gianni Vattimo, Roberto Vecchioni.

    Postfazione di Dario Fo

    Dalla quarta di copertina:

    "Con la più sfacciata noncuranza della superstizione armena, tredici capitoli provano a raccogliere un dialogo ininterrotto tessuto da firme illustri, sconosciuti illustri e voci anonime con, per e oltre Fabrizio De André.
    Il libro è nato per ricostruire un viaggio di cinque anni fatto di “parole dette”: gli incontri, i dibattiti e le giornate di studio organizzate nelle più svariate sedi, dalle università alle associazioni di provincia dal 2000 al 2005.
    Si è indagato, raccolto, sbobinato, tagliato, ricostruito e montato perché questo materiale potesse essere servabo. Quella “piccola parola latina” che Luigi Pintor notò e spiegò potesse voler dire “conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile”.
    C’è un’eredità intellettuale lasciata da una voce cantautorale il cui desiderio era “essere socialmente utile” e, spontaneamente, nelle più istituzionali ma anche nelle più bizzarre situazioni, in tanti hanno scelto di partecipare a dibattiti che partivano da un verso, da un album o da un pensiero di Fabrizio De André utilizzandolo come passaporto per discutere il presente.
    Col ritmo del romanzo ma senza un ordine cronologico, questo libro prova a fare il punto su cinque anni di inaspettata partecipazione, senza cerimonie ma guardando alla ricerca con il desiderio che queste oltre quattrocentocinquanta pagine possano essere solo l’inizio di un arrivo".



    La serata, a cura di Irma spettacoli, è organizzata dalla Fondazione Fabrizio De André Onlus con la collaborazione di BUR e della Provincia di Milano / settore Cultura; orchestrata da Giorgio Gallione e condotta da Lella Costa e Neri Marcoré, sarà l’occasione per ascoltare alcune pagine del libro, lette dagli autori e da attori e accompagnate dalle note di Nicola Piovani, Danilo Rea e Giammaria Testa.
    January 30

    Un articolo su faber

    “E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo…” PDF Stampa Segnala via mail questo articolo!
    Elisabetta De Giorgi – info@lalente.net   
    lunedì 29 gennaio 2007
    Dopo il tour con la PFM, nell’agosto del 1979, Fabrizio De André e Dori Ghezzi furono rapiti dall’Anonima Sarda mentre si trovavano nella loro casa a L’Agnata, vicino a Tempio Pausania. Da quella tragica esperienza nacquero un disco e una “nuova stagione” artistica del cantautore


    Ricorda Signore questi servi disobbedienti
    alle leggi del branco
    non dimenticare il loro volto
    che dopo tanto sbandare
    è appena giusto che la fortuna li aiuti
    come una svista
    come un'anomalia
    come una distrazione
    come un dovere...

    (Fabrizio De Andrè – Smisurata Preghiera – da Anime Salve, 1996)



    Cercava solo un po’ di pace. Un luogo dove staccare la spina, tirare i remi in barca per un po’. Lontano da quel mondo della musica dal quale si era sempre sentito un po’ estraneo, e che aveva spesso trovato soffocante. Fu per questo motivo che, dopo il tour del 1975 e il grande successo riscontrato dai suoi album, Fabrizio De Andrè decise di trasferirsi in Sardegna, assieme alla compagna Dori Ghezzi. Le ragioni che lo spinsero a fare questa scelta erano, a suo dire, innumerevoli. Come raccontò un giorno ad un giornalista che, incuriosito, lo interrogava sull’argomento, sentiva di condividere con le varie etnie sarde, nonostante le profonde differenze di lingua e cultura, il rispetto dei valori fondamentali: per questa ragione, soprattutto, si trovava bene con la gente sarda.
    Inoltre, amava il suo territorio, spettacolare e pulito ed, infine, possedeva un’azienda agricola che andava in qualche modo seguita, perché, come gli piaceva ricordare, “un domani io non posso dire ai miei figli Vi saluto e vi lascio cinquanta canzoni per uno, perché nel mio repertorio non compaiono canzoni come Blue Moon, Star Dust né tanto meno Bianco Natale; voglio dire canzoni che, dal punto di vista dei diritti d'autore, riescono a rendere ricche due o tre generazioni”.

    In Sardegna, però, nell’estate del 1979, Fabrizio De André e Dori Ghezzi vissero la terribile esperienza del rapimento.
    Fabrizio De Andrè – foto di Claudio Sassi
    Era il 27 agosto 1979. Vennero prelevati dall’Anonima Sarda mentre si trovavano nella loro casa di campagna, a L’Agnata, a pochi chilometri da Tempio Pausania, nel cuore della Gallura, e vennero portati nella Gallura occidentale. Furono tenuti lì per quattro lunghi mesi e rilasciati solo verso la fine di dicembre. Per la loro liberazione, si disse, venne pagato un riscatto di 550 milioni di lire di allora.
    Si parlò di pista politica, di mafia, di arcane vendette legate all’attività agricola che, da stranieri, avevano avviato nella loro proprietà in Sardegna. Ma De André, alla fine del sequestro, diede la sua interpretazione di ciò che era avvenuto.

    Quell’esperienza segnò in modo profondo il cantautore genovese, non solo come uomo, ma anche come artista. All’Hotel Supramonte – come lui stesso definì il luogo in cui vennero tenuti nascosti, lui e la sua compagna, nell’album L’Indiano, uscito nel 1981 – furono lasciati incappucciati, senza mai vedere la luce, per i primi venti giorni di sequestro; poi, mano a mano, venne fatta loro qualche concessione.
    Per alcune ora al giorno, potevano guardarsi, parlare tra loro senza bende. Il comfort era quello concesso dalla natura: giacigli di foglie come letti, grande caldo in estate, gelo in inverno. Sul Supramonte, come gli abitanti del posto chiamavano questi luoghi segreti, dove venivano tenute nascoste le vittime dei sequestri, De André e Dori Ghezzi arrivarono, infatti, in pieno agosto e uscirono che stava arrivando Natale.

    Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
    grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
    e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
    sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete...


    Il tempo sembrava non passare mai, insieme alla preoccupazione per loro stessi, ma soprattutto per il loro familiari, che non avevano idea di dove fossero e come stessero. La loro figlia piccola, Luvi, aveva appena un anno e mezzo. Il tempo scorreva in condizioni di estrema scomodità, apprensione per se stessi dei loro cari. E, non da ultima, la noia. “Il primo mese di sequestro – raccontò il cantautore, dopo la loro liberazione – ci hanno tenuto compagnia le emozioni. Poi è prevalsa la monotonia”.
     
    Con i carcerieri, dopo i primi giorni di paura e, dunque, di tensione, parlarono molto. Erano due, entrambi sardi, naturalmente: uno alto e l’altro piccolo e magrolino; entrambi educati, quasi comprensivi. Umani, insomma.
    Davano loro del lei e chiamavano Dori signora: la preferivano a Fabrizio, perché era figlia di operai. Quanto alle sue canzoni – raccontò un giorno lo stesso De André – preferivano quelle di Guccini, più concreto, più sanguigno, forse.
    Erano comunisti, ma delusi dalla svolta di Berlinguer, anche se continuavano a stimarlo come persona, come tanti, da quelle parti. Avevano una visione della vita piuttosto precisa, una sorta di etica primordiale. Dicevano “anche se volessi mandare mio figlio a scuola, non potrei farlo”. Quella via, quindi, sembrava loro l’unica percorribile.
    Venivano dalla Barbagia, dove molti giovani crescevano convinti che l’unico modo per sopravvivere fosse togliere qualcosa agli altri. Così, come agli indiani – a cui De Andrè paragonò il popolo sardo per il resto della sua vita artistica – gli serviva assaltare la diligenza dei bianchi, per riavere, almeno in piccola parte, ciò che gli era stato sottratto.
    Vivendo tra loro, parlando con loro, il poeta degli ultimi si accorse presto di questa affinità tra sardi e pellerossa. I primi costretti sulle montagne, prima dai cartaginesi, poi dai romani; i secondi confinati nelle riserve dai bianchi. Entrambi “depredati della terra dei loro antenati, ridotti senzapatria, sacrificati all’avidità dei loro invasori”.

    Insomma, De André cominciò ben presto a pensare che considerarli dei carnefici sarebbe stato sbagliato: erano vittime, come loro. E fu per questa ragione che, una volta liberato, decise con la sua compagna di non denunciarli e di perdonarli, arrivando a dire che era tanto tempo – da quando a diciotto anni se n’era andato via di casa – che nessuno si occupava di lui in modo così assiduo, continuo, addirittura imboccandolo, per farlo mangiare.
    Quei due uomini avrebbero potuto trattarli male, senza rispetto, durante quei lunghi mesi di prigionia, ma avevano scelto di non farlo. Si erano occupati di loro, ne avevano avuto rispetto e compassione. “Fondamentalmente i veri prigionieri continuano ad essere i sequestratori, non noi. Noi siamo usciti, loro sono ancora dentro. E credo che se dovessero uscire lo farebbero per prendersi una pallottola”. Chi lo conosceva non si stupì di queste parole, né del suo perdono. De André aveva sempre cantato i ribelli e gli emarginati; la sua comprensione per gli altri lo induceva sempre a comprendere e mai ad accusare. In fondo, già nel 1973, in Storia di un Impiegato, cantava:

    Ci hanno insegnato la meraviglia
    verso la gente che ruba il pane
    ora sappiamo che è un delitto
    il non rubare quando si ha fame.


    Era questa, da sempre, la sua filosofia. Non perdonò mai, però, i mandanti del sequestro: gente importante, che naturalmente non rapiva per fame, ma per arricchirsi. Tra loro, pare ci fossero un assessore, un regista teatrale, un veterinario: tutta gente che certamente non faticava a sopravvivere, come invece accadeva ai suoi carcerieri.

    Due anni dopo il sequestro, uscì un album, L’Indiano, ispirato a quell’esperienza: un racconto di ciò che avevano passato nei lunghi mesi del sequestro e insieme un omaggio alla natura e all’uomo, attraverso le storie di due popoli per tanti versi affini, il popolo dei sardi e quello dei pellerossa, entrambi chiusi nei loro mondi, ma oppressi da gente diversa da loro.
    E alla fine, l’interpretazione di De André del proprio sequestro è legata proprio a questa sua visione unica delle cose: “Mi considero vittima di un drappello di Sioux, che dovevano dimostrare il loro valore e ai quali il popolo bianco non lascia altro modo per guadagnarsi da vivere”.


    NOTE:

    Il titolo è tratto da Hotel Supramonte - L’Indiano

    La foto di Fabrizio De André e la copertina del disco L’Indiano sono tratte dal sito
    www.viadelcampo.com per concessione di Claudio Sassi e del negozio-museo Gianni Tassio di Via del Campo a Genova che ne è proprietario.
     

     






    Marinella

    E come tutte le più belle cose
    vivesti solo un giorno, come le rose.
     
    January 27

    Quando muore un Poeta.

      
     
     
     
     

    27 Gennaio 1967. Luigi, non dovevi andare a San Remo. Non era posto per te. Sapevo, era normale, che ti avrebbero ucciso.

    Ciao Luigi.

    Ciao Amore Ciao era un inno contro la guerra

     divenne la canzone del disagio esistenziale.

    E tu la cantasti come chi va a morire.

     

    Li vidi tornare

    Li vidi passare
    vicino al mio campo
    ero un ragazzino
    stavo lì a giocare

    Erano trecento
    erano giovani e forti
    andavano al fronte
    col sole negli occhi

    E cantavano cantavano
    tutti in coro
    ciao amore ciao amore
    ciao amore ciao

    Ciao amore ciao amore
    ciao amore ciao
    ciao amore ciao amore
    ciao amore ciao

    Avrei dato la vita
    per essere con loro
    dicevano domani
    domani torneranno

    Aspettai domani
    per giorni e per giorni
    col sole nei campi
    e poi con la neve

    Chiedevo alla gente
    quando torneranno
    la gente piangeva
    senza dirmi niente

    E da solo io cantavo
    in mezzo ai prati
    ciao amore ciao amore
    ciao amore ciao

    Ma una sera ad un tratto
    chiusi gli occhi e capii
    e quella notte in sogno
    io li vidi tornare

    Ciao amore ciao amore
    ciao amore ciao
    ciao amore ciao amore
    ciao amore ciao
    ciao amore ciao amore
    ciao amore ciao

     

    Ciao amore ciao

    Luigi Tenco

    La solita strada, bianca come il sale
    il grano da crescere, i campi da arare.
    Guardare ogni giorno
    se piove o c'e' il sole,
    per saper se domani
    si vive o si muore
    e un bel giorno dire basta e andare via.
    Ciao amore,
    ciao amore, ciao amore ciao.
    Ciao amore,
    ciao amore, ciao amore ciao.
    Andare via lontano
    a cercare un altro mondo
    dire addio al cortile,
    andarsene sognando.
    E poi mille strade grigie come il fumo
    in un mondo di luci sentirsi nessuno.
    Saltare cent'anni in un giorno solo,
    dai carri dei campi
    agli aerei nel cielo.
    E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
    Ciao amore,
    ciao amore, ciao amore ciao.
    Ciao amore,
    ciao amore, ciao amore ciao.
    Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
    e non avere un soldo nemmeno per tornare.
    Ciao amore,
    ciao amore, ciao amore ciao.
    Ciao amore,
    ciao amore, ciao amore ciao.


     

     

     

     

     

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    January 23

    Canzone del padre

    CANZONE DEL PADRE

    "Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi
    solo i sogni che non fanno svegliare".

    "Sì. Vostro Onore, ma li voglio più grandi."

    "C'è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre.
    Non dovrai che restare sul ponte
    e guardare le altre navi passare
    le più piccole dirigile al fiume
    e più grandi sanno già dove andare."

    Così son diventato mio padre
    ucciso in un sogno precedente
    il tribunale mi ha dato fiducia
    assoluzione e delitto lo stesso movente.

    E ora Berto, figlio della Lavandaia,
    compagno di scuola, preferisce imparare
    a contare sulle antenne dei grilli
    non usa mai bolle di sapone per giocare;
    seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici
    avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi;
    si fermò un attimo per suggerire a Dio
    di continuare a farsi i fatti suoi
    e scappò via con la paura di arrugginire
    il giornale di ieri lo dà morto arrugginito,
    i becchini ne raccolgono spesso
    fra la gente che si lascia piovere addosso.

    Ho investito il denaro e gli affetti
    banca e famiglia danno rendite sicure,
    con mia moglie si discute l'amore
    ci sono distanze, non ci sono paure,
    ma ogni notte lei mi si arrende più tardi
    vengono uomini, ce n'è uno più magro,
    ha una valigia e due passaporti,
    lei ha gli occhi di una donna che pago.

    Commissario io ti pago per questo,
    lei ha gli occhi di una donna che è mia,
    l'uomo magro ha le mani occupate,
    una valigia di ciondoli, un foglio di via.

    Non ha più la faccia del suo primo hashish
    è il mio ultimo figlio, il meno voluto,
    ha pochi stracci dove inciampare
    non gli importa d'alzarsi, neppure quando è caduto:
    e i miei alibi prendono fuoco
    il Guttuso ancora da autenticare
    adesso le fiamme mi avvolgono il letto
    questi i sogni che non fanno svegliare.

    Vostro Onore, sei un figlio di troia,
    mi sveglio ancora e mi sveglio sudato,
    ora aspettami fuori dal sogno
    ci vedremo davvero,
    io ricomincio da capo.

    January 13

    Rubo volentieri a Rosangela

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    Dovete semplicemente fare copia e incolla da me

    (io l'ho fatto dall'amica Domi di Liegi)

    e insieme formeremo una marcia virtuale

    contro questa temibile malattia che ogni anno

    Fabrizio

    Fabrizio de André: tra la canzone e l’anarchia

    L'Istituto italiano di cultura di Melbourne si è tenuta una serata in omaggio a Fabrizio de André per inaugurare la quarta settimana della lingua italiana nel mondo. La conferenza dedicata a "Faber" ha avuto luogo il 18 ottobre ed il suo tema era: "Faber – Il cammino umano ed artistico di Fabrizio de André".
    Il giornalista, Paolo Finzi, amico di de André e redattore del mensile "A", è venuto da Milano per illustrare l’impegno sociale delle canzoni di Faber.
    Renzo Sabatini, conoscitore della musica del cantautore genovese e delle sue tendenze culturali e politiche, ha inoltre parlato dei temi di alcune canzoni.

    La serata è iniziata nel buio con la voce di De André che intonava la canzone "Fiume Sand Creek", scelta per evidenziare un’opera che rappresenta la condizione degli indiani americani, e che potesse avere rilevanza per gli indigeni australiani in un contesto locale. Dopo la canzone si sono accese le luci e Paolo Finzi ha parlato del rapporto personale tra lui e de André: "Ho conosciuto Fabrizio a Milano nel 1974, quando era ancora cantautore da ‘dischi’, non faceva concerti in pubblico, era timido e riservato. Ha sempre cantato per gli emarginati, i poveri, gli oppressi, i carcerati e gli stessi carcerieri, anch’essi vittime di un gioco gestito dall’alto".

    Per coinvolgere il pubblico dell’istituto, Finzi ha parlato di altri aspetti di de André; per esempio, come lavorava. Per la canzone Khorakhané dell’album "Anime Salve", Fabrizio si è immerso nella storia del popolo Rom per capirli dal di dentro, così in una canzone di poco più di cinque minuti è riuscito a descrivere il loro mondo da uno scorcio intimo. Inoltre, Finzi ha parlato delle contraddizioni nella vita di de André. Nato in una famiglia benestante, Fabrizio ha cercato, tramite le sue parole e la sua musica, di descrivere il mondo degli emarginati, frequentando ambienti libertari e la gente che popolava le sue canzoni. Dopo l’incontro con Finzi, De Andreé cominciò a descriversi come "spiritualmente anarchico" e a finanziare la sua rivista anarchica "A". Aveva una forte avversione verso il potere, e con Finzi è rimasto legato fino alla morte.

    La musica di de André è pregiata per la sua raffinatezza e delicatezza, e i suoi testi sono di una sensibilità poetica che molti hanno definito "poesia". Secondo Renzo Sabatini, attraverso i cantautori l'ascoltatore vive un momento di formazione della propria coscienza sociale. Con de André la canzone italiana si è popolata di gente trascurata fino a quell’epoca. Tra questi troviamo: prostitute, terroristi, condannati a morte, pastori sardi e i profughi palestinesi. Fabrizio ha tentato di valorizzare i dialetti italiani e la musica etnica e mediterranea: il capolavoro di questo periodo è "Creuza de Mä", con il suo uso di strumenti antichi dei paesi mediterranei. Con "La buona novella" abbiamo un testo nello stile del Vangelo. In un concerto a Roma nel 1998, de André, parlando degli emarginati, ha detto: " … queste persone, o questi gruppi di persone, difendono il diritto di assomigliare se stessi … difendono in fin dei conti la libertà". Per Finzi, de André era un intellettuale che se fosse stato uno scrittore, anziché un cantautore, non sarebbe stato letto da così tanta gente.

    Dopo l'inizio della serata Finzi e Sabatini hanno presentato le seguenti canzoni: La guerra di Piero, Bocca di Rosa, Canto del servo pastore, La città vecchia, Il pescatore, Via del Campo e Smisurata preghiera in alcune versioni dagli ultimi concerti. Hanno inoltre alternato testimonianze, filmati e interviste, con alcuni segmenti dal documentario "Faber".

    La sala dell’Istituto era affollatissima: tre giorni dopo l’invio degli inviti, oltre 150 persone avevano cercato di prenotare per la serata, superando la capienza della sala dell’Istituto. Erano presenti molti liguri, grazie alla collaborazione dell’Associazione liguri nel mondo. Per loro la conferenza è stata di grande emozione. Per i filmati ci sono stati lunghi applausi, e per molti - quelli che erano ancora in Italia nei primi anni della carriera di de André - c’era una forte nostalgia degli anni giovanili: tanti cantavano assieme alle canzoni proiettate. A parte un altro gruppo di italiani che sono qui da pochi anni, e che sono molto legati alla cultura italiana contemporanea, c' erano molti studenti della lingua italiana a livello universitario. Da molti anni i testi di de André si studiano nelle scuole superiori in Italia. Alla Monash University di Melbourne i primi studenti del corso italiano hanno iniziato questo percorso. Tramite il gemellaggio della Monash con l’Università di Siena, che ha legami con la Fondazione Fabrizio de André, c’è la prospettiva di promuovere la musica di de André in Australia con le prime traduzioni dei testi in lingua inglese.

    Alla fine della serata le luci si sono riaccese dopo l’immagine del funerale di Faber. Le domande dopo l’ultima canzone non finivano mai. E dopo l’avvenimento molta gente ha continuato a scrivergli della conferenza. Da questa iniziativa sono nate cinque conferenze, replicate a Brisbane, con studenti della Griffith University, e a Sydney.

    Faber non era solamente un grande cantautore, era anche un grande musicista e scrittore, ed anche un interprete riconosciuto di Bob Dylan e Leonard Cohen per le traduzioni di alcune delle loro canzoni. Nelle parole di de André, "L’artista non ha bisogno di integrarsi. L’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere".

    Per maggior informazioni visitate i seguenti siti:

     

    January 11

    nella mia ora di libertà

    Di respirare la stessa aria
    di un secondino non mi va
    perciò ho deciso di rinunciare
    alla mia ora di libertà

    se c'è qualcosa da spartire
    tra un prigioniero e il suo piantone
    che non sia l'aria di quel cortile
    voglio soltanto che sia prigione
    che non sia l'aria di quel cortile
    voglio soltanto che sia prigione.

    È cominciata un'ora prima
    e un'ora dopo era già finita
    ho visto gente venire sola
    e poi insieme verso l'uscita

    non mi aspettavo un vostro errore
    uomini e donne di tribunale
    se fossi stato al vostro posto...
    ma al vostro posto non ci so stare
    se fossi stato al vostro posto...
    ma al vostro posto non ci sono stare.

    Fuori dell'aula sulla strada
    ma in mezzo al fuori anche fuori di là
    ho chiesto al meglio della mia faccia
    una polemica di dignità

    tante le grinte, le ghigne, i musi,
    vagli a spiegare che è primavera
    e poi lo sanno ma preferiscono
    vederla togliere a chi va in galera
    e poi lo scanno ma preferiscono
    vederla togliere a chi va in galera.

    Tante le grinte, le ghigne, i musi,
    poche le facce, tra loro lei,
    si sta chiedendo tutto in un giorno
    si suggerisce, ci giurerei
    quel che dirà di me alla gente
    quel che dirà ve lo dico io
    da un po' di tempo era un po' cambiato
    ma non nel dirmi amore mio
    da un po' di tempo era un po' cambiato
    ma non nel dirmi amore mio.

    Certo bisogna farne di strada
    da una ginnastica d'obbedienza
    fino ad un gesto molto più umano
    che ti dia il senso della violenza
    però bisogna farne altrettanta
    per diventare così coglioni
    da non riuscire più a capire
    che non ci sono poteri buoni
    da non riuscire più a capire
    che non ci sono poteri buoni.

    E adesso imparo un sacco di cose
    in mezzo agli altri vestiti uguali
    tranne qual'è il crimine giusto
    per non passare da criminali.

    C'hanno insegnato la meraviglia
    verso la gente che ruba il pane
    ora sappiamo che è un delitto
    il non rubare quando si ha fame
    ora sappiamo che è un delitto
    il non rubare quando si ha fame.

    Di respirare la stessa aria
    dei secondini non ci va
    e abbiamo deciso di imprigionarli
    durante l'ora di libertà
    venite adesso alla prigione
    state a sentire sulla porta
    la nostra ultima canzone
    che vi ripete un'altra volta
    per quanto voi vi crediate assolti
    siete per sempre coinvolti.

    Per quanto voi vi crediate assolti
    siete per sempre coinvolti.



    January 09

    Via del Campo

    http://www.youtube.com/watch?v=l-Ox9qoTXq0

    http://www.youtube.com/watch?v=VpMDFyXy8ZU

    Via del Campo

    Fabrizio de André

    Via del Campo c'è una graziosa
    gli occhi grandi color di foglia
    tutta notte sta sulla soglia
    vende a tutti la stessa rosa.

    Via del Campo c'è una bambina
    con le labbra color rugiada
    gli occhi grigi come la strada
    nascon fiori dove cammina.

    Via del Campo c'è una puttana
    gli occhi grandi color di foglia
    se di amarla ti vien la voglia
    basta prenderla per la mano

    e ti sembra di andar lontano
    lei ti guarda con un sorriso
    non credevi che il paradiso
    fosse solo lì al primo piano.

    Via del Campo ci va un illuso
    a pregarla di maritare
    a vederla salir le scale
    fino a quando il balcone ha chiuso.

    Ama e ridi se amor risponde
    piangi forte se non ti sente
    dai diamanti non nasce niente
    dal letame nascono i fior
    dai diamanti non nasce niente
    dal letame nascono i fior.


    January 05

    In direzione ostinata e contraria

    Ieri sera a Rai2.

    Ieri sera a Rai2, ad un orario per nottambuli,
    puntata di "La storia siamo noi" dedicata a
    Fabrizio De Andrè.
    In studio Dori Ghezzi, la seconda moglie,
    il grande amore di Fabrizio.
    Sono stati intervistati tra gli altri
    l'amico Paolo Villaggio, i colleghi - amici
    Ivano Fossati e Massimo Bubbola
    e la grande Fernanda Pivano, con la quale collaborò per
    la composizione di "Non al denaro...."
     
     
    Sono state ripercorse le tappe della vita e della carriera
    di Fabrizio, con sobrietà ed un pizzico di emozione, come
    quando è stato ricordato il periodo della prigionia presso
    i monti della Sardegna. Un bel programma, come ormai se ne vedono pochi.
    Ciao Faber.
     

    IL SUONATORE JONES (F. De Andrè-G. Bentivoglio-N. Piovani)

    “… E dov’è Jones, quel vecchio suonatore
    Che giocò con la vita per tutti i suoi novant’anni.
    Affrontando la tormenta a petto nudo.
    Bevendo e piantando casino.
    Senza mai un pensiero
    Né alla moglie, né ai parenti,
    Né all’amore, né al denaro, né al cielo?...”

    (da “La Collina” di E.L. Masters)

    In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità,
    a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.
    Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore,
    e allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore.

    Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati
    a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato.
    Libertà l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato,
    per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco.

    E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare,
    suonare ti tocca, per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare.

    Finì con i campi alle ortiche, finì con un flauto spezzato
    e un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto.