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November 22 Suoni e parole Un libro ripercorre tutta la sua opera attraverso materiale fotografico e le copertine dei suoi dischi. E a Roma lo si celebra con una serata-tributo
E' significativo come Fabrizio De André abbia saputo crearsi uno spazio totalmente autonomo all'interno della canzone e di tutto ciò che ad essa ruota attorno, facendo sì che anche gli omaggi a lui rivolti conservino quella dose di autarchia propria del personaggio. Era accaduto con "In direzione ostinata e contraria", la prima vera raccolta (uscita lo scorso dicembre e rimasta in classifica per 28 settimane) che ripercorreva tutte le tappe del cantautore ma con una particolarità nella produzione: nell'epoca delle rimasterizzazioni infatti (per cui molti defunti continuano a ‘sfornare' dischi già editi) a lui l'omaggio era stato fatto "ripulendo" i brani da tutte le successive manipolazioni e riportandole alla sonorità originale. Oppure con il più recente cofanetto della Mondadori contenente il dvd dell'ultimo concerto e tutta l'opera raccolta in un libro completamente bianco (intitolato semplicemente "De André") senza materiale fotografico, prefazioni, postfazioni o con-tributi di colleghi e conoscenti. Come a rimarcare l'unicità e la grandezza delle sue parole che, scorrendo il libro dai primi singoli fino ad "Anime salve", dimostrano d'avere un ritmo tutto loro e di conservare un forte impatto anche senza l'ausilio della musica.
Di recente è stato dato alle stampe "Fabrizio De André: discografia completa" (Coniglio Editore), un libro fotografico scritto a sei mani che ricostruisce l'opera del cantautore genovese attraverso le copertine dei suoi dischi (compresi i 45 giri, le variazioni grafiche sulle riedizioni e una sterminata quantità di materiale raro), un lavoro minuzioso curato dagli autori in maniera molto precisa. Michele Neri (Roma, 1966) si occupa di ricostruire discografie di artisti italiani e internazionali. Claudio Sassi (Novara, 1976) è uno dei massimi esperti italiani della discografia di Fabrizio de André, ha salvato dalla dispersione e conserva preziose e uniche registrazioni e matrici. Franco Settimo (Mondovì, 1950) da oltre venticinque anni segue la canzone d'autore italiana e rappresenta un riferimento imprescindibile per la ricostruzione delle discografie in vinile. Il lavoro offre anche un'ottima panoramica sulle rivisitazioni fatte da altri artisti delle sue opere (italiani e stranieri), dai più noti fino alle cose introvabili come una cover de "La canzone di Marinella" di Arsen Dedic, cantante jugoslavo ("Prica o Marinelli") nel 1968.
Di Fabrizio De André si è detto tanto, sul piano editoriale si può contare su una vasta bibliografia. Al di là delle operazioni commerciali, questi volumi danno un'idea della grandezza del personaggio: è capitato che alcuni cantautori fossero etichettati come ‘politicizzati', ad altri è capitato di finire nel calderone dei romantici, per alcuni ed in qualche raro caso si è parlato di poeti ‘prestati' alla canzone. De André è riuscito ad incarnare tutte queste cose, a mescolare passione, poesia e politica ("La buona novella" del 1970, album con tematiche a sfondo religioso, era in realtà una allegoria che abbracciava tutto il periodo del '68) senza risultare datato o subire il contrappasso dei tempi. Musicalmente poi ha saputo portare lo stile minimale degli esordi alla sperimentazione in chiave etnica di "Crueza de Ma" o di "Anime Salve", un disco di commiato senza pari. Soprattutto è stato capace di percorrere una strada personale senza curarsi di cambiamenti da rincorrere o da cercare a tutti i costi (semmai da assecondare), e rimanendo ben saldo ad uno stile a cui ha saputo dare nuove vesti di volta in volta, rendendolo nuovo e riconoscibile allo stesso tempo. Fabrizio De André ha cantato a volte il mondo come fosse un paese, mettendo a nudo vizi e ipocrisie di uomini e donne prima che della società stessa ("La città vecchia"), ha saputo raccontare anche il più misero degli uomini come fosse il mondo intero ("Amico fragile"), ha rubato la poesia dagli scaffali per buttarla in strada a disposizione di chiunque abbia voluto e vorrà ascoltare.
Si svolgerà a Roma il 28 Novembre (presso il "Beba do Samba" di San Lorenzo), un tributo a lui dedicato in cui si alterneranno diversi gruppi della scena romana (Fabrizio Mozzillo e Servi Disobbedienti, Fondazione G, Verbamanent, Razmataz e altri) rivisitando e riproponendo le sue canzoni, dai primi dischi fino alle ultime opere. La serata è un omaggio che oramai si celebra ogni anno e che ha visto la partecipazione di artisti come Kay McKarthy ed Enrico de Angelis.  November 21 OVVERO: IL RESOCONTO DEL RAPIMENTO.
Hotel Supramonte (testo e musica di M. Bubola e F. De Andrè)
E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo e una lettera vera di notte falsa di giorno e poi scuse accuse e scuse senza ritorno e ora viaggi vivi ridi o sei perduta col tuo ordine discreto dentro il cuore dov'è il tuo ma dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete passera anche questa stazione senza far male passerà questa pioggia sottile come passa il dolore ma dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano cosa importa se sono caduto se sono lontano perché domani sarà un giorno lungo e senza parole perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole ma dov'è finito il tuo cuore, ma dov'è finito il tuo cuore.

November 18
rivista anarchica
anno 30 n.268
dicembre 2000 - gennaio 2001 |
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De André
Tra Tolstoj, Stirner e Pasolini di Romano Giuffrida
Proveniva dalla buona (anzi ottima) borghesia genovese. E restò sempre un borghese. Eppure il cantautore genovese ha saputo interpretare e valorizzare come pochi altri i diversi, gli emarginati, gli sconfitti dalla vita. Che poi tanto sconfitti forse non sono...
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Chissà se finalmente è riuscito a riuscito a "riferirglieli tutti sbagliati" i numeri del lotto a "quella candida vecchia contessa" che Fabrizio ci fece conoscere sin dai tempi de "Il testamento"? Sinceramente ci auguriamo di sì, anche perché, se così è stato, ciò significherebbe che qualche altro scherzo potrebbe averlo fatto pure a qualcuno - speriamo almeno ai più spudorati - tra i tanti che, dopo averlo considerato in vita un nemico, un blasfemo, un sovversivo, nelle ore e nei giorni successivi alla sua scomparsa, hanno avuto l'ignobile gusto di unire il loro falso cordoglio alle innumerevoli manifestazioni ed espressioni di dolore sincero che onoravano la memoria dell'uomo, del poeta, del cantastorie. Chi ha voglia e tempo, può andare a rileggersi i giornali di quelle tristi giornate per scoprire quanto improbabili fossero certe dichiarazioni, di stima verso il poeta e di "adesione culturale" al suo pensiero, da parte di esponenti politici della destra, anche di quella estrema, così come quelle di molti rappresentanti delle gerarchie ecclesiastiche, così incommensurabilmente lontane dal sentire e dall'agire di Fabrizio De André. Italo Svevo ebbe a scrivere ne La coscienza di Zeno: "(...) era un imbecille quel buffone che in un cimitero coperto di epigrafi laudatorie domandò dove si seppellissero in quel paese i peccatori. I morti non sono mai stati peccatori." È vero: soprattutto chi, in vita, è stata una persona capace di mettere in evidenza le contraddizioni del sistema o magari quel sistema stesso ha combattuto; chi in vita è stato "scomodo", irriducibile ai compromessi prezzolati con il potere e i potenti, paradossalmente, molto spesso, da quello stesso sistema, da quello stesso potere, da quegli stessi potenti viene improvvisamente beatificato, ridotto a "santino buono per tutte le occasioni" e per fare ciò, vengono smussate le contraddizioni che quell'uomo o quella donna incarnavano, si cerca di disinnescare la loro forza antagonista, si ridisegnano le loro vite in modo tale da poterle poi colorare con le tonalità rassicuranti dell'usuale, del "normale", della tranquilla "pace terrificante" da Domenica delle salme. Il mandato è appunto : "I morti non sono mai stati peccatori". Con Fabrizio De André c'è chi ha cercato di attuare lo stesso processo di rimozione: non dell'uomo-cantautore - quello, anzi, viene ricordato e celebrato con solerte assiduità - la rimozione ha a che fare con i contenuti più dirompenti della sua poetica. Con la rimozione c'è chi ha cercato, e cerca, di smussare la critica feroce che il poeta rivolgeva verso quel sistema di complicità che, con il saldissimo collante dell'ignoranza e della malafede, ha sempre unito, in epoche diverse ma con identiche finalità, oppressori, prepotenti, sfruttatori nonché meschini di ogni risma, tutti uniti in quel coacervo di squallidi interessi grazie al quale ogni potere vive e, nel tempo, rigenera se stesso. Certo, un discreto numero di quelle persone che potremmo definire "anime belle", può darsi che abbia potuto accontentarsi di questa versione edulcorata che la stragrande maggioranza dei media ha voluto di Fabrizio De André. Forse lo ha fatto chi non lo conosceva e se ne è fatto un'idea solo attraverso i resoconti stampa e gli special tv, o forse chi, pur avendolo conosciuto - magari durante gli anni del proprio ribellismo adolescenziale - di fronte alla rigorosa e pluridecennale coerenza di Fabrizio De André, ha preferito accettare l'immagine "buona per tutti" che l'establishment ha voluto dare del cantautore genovese, e così evitare di fare i conti con la propria giovinezza e quindi con le proprie sconfitte, i propri pentitismi, le proprie abiure fatte negli anni della maturità "seria e responsabile".
Intellettuale critico
Ma De André, come ogni grande, non è circoscrivibile in schemi di comodo o, peggio ancora, mistificanti. Consapevole del fatto che, come diceva Jean-Paul Sartre, in quanto "prodotto di società lacerate, l'intellettuale è un loro testimone poiché ne ha interiorizzato la lacerazione" , De André ha fatto delle espressioni della sua intellettualità, grimaldelli talmente forti da scardinare, nel sentire comune, molti degli elementi di quella sovrastruttura che il potere addotta per negare, occultandola, proprio quella lacerazione che segna il punto di discrimine delle contraddizioni di classe. "L'artista è un anticorpo che la società si dà contro il potere" diceva De André, facendo riecheggiare così, probabilmente in maniera inconsapevole, Pier Paolo Pasolini quando dichiarava: "un artista è (...) una specie di contestazione vivente" . L'accostamento di De André a Pasolini non è casuale. Indipendentemente dalle innumerevoli differenze: generazionali, prima di tutto (Pasolini era del '22 e De André del '40) e poi, naturalmente, differenze di formazione (Pasolini si definisce "marxista" mentre De André si riferisce alla tradizione anarco-libertaria), tra i due poeti esistono affinità la cui analisi può essere illuminante al fine di comprendere meglio l'intera produzione artistica del cantautore. Innanzitutto, De André, come Pasolini, lo si può definire "intellettuale critico" ossia in crisi, la figura di intellettuale che si evidenzia soprattutto nella seconda metà dell'Ottocento ma che si afferma nella sua interezza nel Novecento e, in particolar modo, nella seconda metà del secolo. L'intellettuale critico è il figlio "degenere" della borghesia. Educato, coccolato e impiegato dalla borghesia fintanto che questa gli riconosce una qualche utilità sociale per il funzionamento dei meccanismi del sistema, l'intellettuale viene poi a trovarsi nella spiacevolissima condizione di "reietto", di "traditore", nel momento in cui, invece di contribuire all'affermazione della classe dominante, egli si presenti - o presenti il suo pensiero - come alternativa possibile ad essa. Ed è per questo motivo che gran parte del ceto intellettuale, posta di fronte al rischio di perdere i privilegi connessi al ruolo, preferisce la condizione di aedo del potere. Quando invece la contraddizione si fa insanabile, ovverosia quando avverte la propria posizione come eccentrica rispetto al sistema, tanto da impedire qualsiasi forma di complicità con esso, ecco che l'intellettuale, come già sostenne Nietzsche, vede impossibile il proprio lavoro se non nei termini di un permanente smantellamento critico di ogni dato acquisito, primo tra tutti proprio di quel ruolo che la divisione borghese del lavoro gli vorrebbe affidare. In fondo a questo percorso, l'intellettuale critico ha due chance: o fuoriesce dalla propria classe di appartenenza, la borghesia, per aderire alla classe ad essa storicamente antagonista, il proletariato, in una logica di impegno totale che può anche porre in secondo piano il lavoro intellettuale stesso in nome dell'imperativo della modificazione dello stato di cose presente; oppure, se questo passaggio "di classe" non avviene, l'intellettuale si trova nella condizione, per certi aspetti paradossale, di essere eccentrico rispetto ad entrambe le classi e di avere, quindi, occhi scevri da appartenenze definitive nell'osservare la realtà. Come un figlio ribelle ai propri genitori, alla loro cultura e al sistemi di valori da essi rappresentato, l'intellettuale critico attacca principalmente la borghesia pur non diventando organico al proletariato (a questo proposito Pasolini ebbe a dire: "il mio odio per la borghesia ... era un odio traumatico, per cui io ho considerato la borghesia non un male ma il male ... la mia dunque è stata una specie di rabbia naturale, quasi infantile contro la borghesia" ).
Cantare i dannati
E di "rabbia naturale contro la borghesia" (classe che d'altra parte conosce molto bene avendone respirato l'aria sin dall'infanzia), Fabrizio De André se ne nutre non appena comprende che le oscillazioni emotive della sua classe di appartenenza hanno come fulcro "cuori a forma di salvadanai". E se Pasolini traduce la contraddizione del proprio ruolo scegliendo comunque, come interlocutore dialettico, il partito della classe operaia, De André conferma l'irrisolvibile sua collocazione di classe – determinata, appunto, come si diceva, dal suo essere intellettuale critico – scegliendosi anarchico ed eretico: ossia una condizione che a priori rifugge le appartenenze consolatorie e gli altrettanto consolatori dogmatismi. E non a caso, e in ciò una volta di più simile a Pasolini, De André elegge a proprio mondo di ispirazione quel presepio sociale che si compone di tutti coloro la cui esistenza ha come cifra la marginalità. Prostitute, suicidi, tossicomani, alcolisti, delinquenti, transessuali, zingari: in poche parole tutti "i servi disobbedienti alle leggi del branco" che, per costrizione o vocazione, si trovino a vivere ai margini del quieto modus vivendi dei benpensanti, dalla poetica di De André, ottengono quel riscatto, fatto del riconoscimento della loro storia e della loro dignità, che né la Chiesa né lo stato e nemmeno l'ideologia hanno voluto mai dare loro. La scelta di cantare la marginalità e insieme ad essa, naturalmente, molte delle figure che animano il cosiddetto "sottoproletariato", determina così, per De André, un posizionamento ben preciso nella dialettica delle classi. Da un lato, infatti, cantare i "dannati della terra" dando loro molto più di "una goccia di splendore", significa condannare senza appello il sistema economico, politico e culturale borghese che la marginalità la genera proprio per confermarsi "centro" dell'orizzonte esistenziale e quindi nominarsi e autorappresentarsi "potere"; dall'altra, significa, oltre che irridere le figure che si contrappongono ai "dannati della terra" incarnando quel potere che formula a propria immagine e somiglianza "il diritto" (a partire dal diritto di vita o di morte) e che, sulla base di quel diritto, stabilisce i codici della normalità e dell'anormalità, della moralità e dell'immoralità, del vero e del falso, del giusto e dell'ingiusto, ecco: oltre a irridere tutto ciò, la scelta di cantare quelli che anche "se non sono gigli, son pur sempre figli/ vittime di questo mondo", se da una parte afferma una distanza incolmabile del Poeta dagli imperativi del marxismo classico (che ha sempre guardato al sottoproletariato come "massa di manovra" in chiave controrivoluzionaria nelle mani della borghesia), dall'altra, al contrario, stabilisce una linea di continuità con un pensiero che affonda sì le sue radici in un passato in cui si staglia la figura di François Villon, non a caso definito da De André "poeta della carità" , ma che poi, per i tortuosi sentieri della suggestione emozionale, giunge a Franz Fanon, a George Jackson per approdare, infine, alla teorica anarchica. Come quelli di Pier Paolo Pasolini, molti dei personaggi cantati da De André appartengono "a un sottoproletariato (...) stoico, che spinge in qualche modo all'azione, a lottare, se non altro per mangiare, contro il mondo della cultura superiore [e da cui - ndr] nasce la durezza, la delinquenza, la coscienza anche confusa di certi diritti" . A questa umanità Fabrizio De André presta la sua voce perché il loro mondo possa sopravvivere, almeno come identità, di fronte al "genocidio culturale" che l'omologazione indotta dai modelli di sviluppo capitalistici ha determinato e sta determinando anche occultando nell'invisibilità mediatica, o al contrario, mostrando con ipocrita commozione all'ora dei TG, gli "scarti umani" che questo sistema produce. È chiaro che il potere e le autorità ad esso connesse, nelle canzoni di Fabrizio De André, traspaiono in maniera più o meno diretta come i responsabili di questo stato di cose; essi sono quindi i "nemici", senza possibilità di appello, perché, con Bakunin, De André ha imparato che "il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti che coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi" . Contro questi nemici, l'indignazione della poesia di De André è grande, immensa, ma non si fa mai slogan, facile somma di parole capaci con la loro enfasi e la rabbia che esprimono, di assolvere la coscienza di chi le pronuncia o di chi le ascolta. De André, lo abbiamo già detto, è lontano dalla poetica consolatoria che ogni tipo di chiesa può produrre; egli, al contrario, usa le parole come George Grosz utilizzava la china o la matita, ossia con il preciso intento di tracciare in maniera indelebile, quanto essenziale, il disegno della faccia o delle facce del potere, intrise come sono di arroganza, di volgarità, di violenza. E lo fa, ora con i colori dell'indignazione ora con quelli della derisione: sempre, comunque, non abbandonando mai la consapevolezza dell'irriducibilità del conflitto che oppone chi detiene il potere e chi il potere lo subisce.
Colto incontro di suggestioni diverse
La scelta "di campo" di De André, se così si può dire, è univoca: senza incertezze la sua passione è per il mondo dei respinti. Ed è relazionandosi, idealmente, con questa realtà che la "visione del mondo" del poeta arriva a confrontarsi inevitabilmente con il "che fare?" ossia, in ultima analisi, con la "politica", intesa, propriamente, come momento centrale della socialità, come "arte dell'essere cittadino" e come "scienza della cosa pubblica": nulla a che vedere, quindi, con le ignobili spartizioni di potere che fondano il senso della politica del nostro passato come del nostro presente. La lettura politica che De André fa della realtà è un colto incontro di suggestioni diverse che, come in una reazione chimica, una volta messe in contatto tra loro, fanno scaturire un originale approccio all'anarchismo. Il primo dato di cui si deve tener conto è la distanza del poeta da visioni di palingenetiche rivoluzioni "di là da venire". De André, sempre con Bakunin, non ama i rivoluzionari dottrinari "nemici dei poteri attuali solo perché vogliono impadronirsene" né crede nel dato quantitativo ossia nel valore numerico di masse sempre più sterminate che dovrebbero dare l'assalto al cielo. Vicino, per formazione, a Max Stirner e al suo Unico non crede nel valore "a priori" delle masse: al noi enfaticamente sottinteso dal concetto di "classe che si ribella", De André preferisce l'io o, tutt'al più, la somma di tanti io che si mettono insieme per il raggiungimento di un obiettivo. Se ci si fa caso, è il passaggio fondamentale della Storia di un impiegato, un disco controverso e, per certi aspetti contraddittorio, con il quale De André racconta la storia del piccolo borghese che, nella frustrazione di non venire accettato dall'alta borghesia alla quale la sua stessa "costituzione economico-culturale" lo spingerebbe ad assomigliare, e, nello stesso tempo, sentendosi osservato con sospetto dal proletariato che lo percepisce altro da sé , si ribella con il gesto individuale del "bombarolo", gesto destinato a fallire e ad aprirgli le porte del carcere. Ma è proprio lì, nel carcere, che il protagonista scopre "gli altri vestiti uguali" e percepisce l'importanza del momento di ribellione collettiva, quel passaggio, cioè, dall'io al noi come momento di forza da contrapporre alla forza (e alla violenza) del potere. Abbiamo detto però disco "controverso e contraddittorio" e non a caso. Se da un lato, inserendolo in una dimensione come quella carceraria, il riconoscimento dell'altro, per De André, era legato al riconoscimento dell'identica condizione di "detenuti del sistema" – e quindi, non necessariamente riconoscimento di una medesima condizione di classe – e dunque la comune ribellione non contraddiceva la dimensione di "somma di egoismi" (egoismo, ovviamente nell'accezione stirneriana), pronta a rifarsi "unicità" una volta ottenuto ciò per cui si combatte , dall'altro lato, l'esiguità della forma-canzone per un messaggio così complesso, lascia il poeta insoddisfatto e, non per nulla, dirà poi: "Nella Storia di un impiegato si pretende racchiudere nella forma canzone quello che nelle intenzioni era un saggio politico-sociale. Ora, credo che si debba essere molto rigorosi: se uno vuole scrivere un saggio scrive quello e non una serie di canzoni" . La dura autocritica cui si sottopone De André è legata anche al fatto che ai suoi versi, composti insieme a Giuseppe Bentivoglio, viene data dal suo pubblico una lettura più marxista, ossia di annullamento dell'individualità nel collettivo. L'anno, il 1973 italiano, favorisce questo fraintendimento: però De André lo rifugge da subito bollando il suo lavoro con l'epiteto di "bordellone" . Il perché è facilmente comprensibile: il marxismo è difficilmente compatibile con la dimensione di unicità, quasi aristocratica, che sottende l'intellettuale critico così come questo lo abbiamo descritto nel suo rifiutare le appartenenze ideologiche di comodo o di maniera.
Religiosità laica
Ma non solo: De André non è un "rivoluzionario", uno cioè, per dirla ancora con Pasolini, che: "nega (il sistema) sul piano del reale e gli contrappone una sua prospettiva utopistica" , o, quantomeno, non è un rivoluzionario marxista. La sua prospettiva utopica ha sicuramente più a che fare con un percorso capace di inglobare sia ciò che abbiamo già visto, ossia l'individualismo stirneriano, sia un anarco-cristianesimo nel quale possono riconoscersi venature che rimandano direttamente a Lev Tolstoj. Anche se con Cecco Angiolieri cantò "Si fosse foco arderei l'mondo", l'aspetto emotivo che più ha caratterizzato la poetica di De André è, in realtà, una sorta di religiosità laica che si è concretizzata nell'aver fatto dell'umanità vituperata, vilipesa e violentata dal potere e dai potenti, l'oggetto di un amore infinito. Anche in ciò simile a Pasolini, De André sembra far riecheggiare nelle sue parole una sensibilità, una religiosità laica appunto, che rinvia idealmente al cristianesimo delle origini. "Non ci sono chiese o preti per questo culto dell'uomo; o meglio, ogni spazio, sia esso un bordello, un campo rom, la cella di una prigione, possono diventare i luoghi dove celebrare l'umanità dei perdenti; ogni prostituta, ogni furfante, ogni suicida può diventarne l'officiante" . Date le molte strumentalizzazioni che, come dicevamo, sono state fatte dopo la scomparsa del poeta, è bene specificare che De André si riconosce nei valori sociali del messaggio cristiano e non certo in quelli religiosi. L'intera sua produzione poetico-musicale è testimonianza del fatto che De André non riconosce alcuna valenza alla dimensione divina del messaggio cristiano: Gesù è "figlio dell'uomo" non figlio di Dio, un figlio che, come il poeta ha amato dire in più di una occasione, lui considerava "il primo rivoluzionario". E anche se ad una lettura superficiale potrebbe risultare paradossale affermare che il messaggio sociale cristiano sottenda l'indignazione anarchica che anima la poesia di De André, l'analisi di alcuni elementi che la contraddistinguono sin dalle sue prime espressioni non può che confermare questa tesi. Il principale di essi è, in assoluto, il sentimento della pietas , della pietà per tutti gli umili, i vinti, gli esclusi. È, per dirla con il poeta Yeats la "pietà ineffabile che si nasconde nel cuore dell'amore" ; oppure ancora, per dirla in questo caso con Blaise Pascal, quella che va a nutrire la poesia di De André, è "una pietà della tenerezza" . È pietà per gli assassini del Delitto di paese, è pietà per chi "sulla croce sbiancò come un giglio", "per chi non ha sorriso", per i drogati, per le prostitute, per i bambini che "dormono sul letto del Sand Creek", per il bandito sardo "senza luna senza stelle senza fortuna", per le "spose bambine" dei rom che vanno a "caritare" e, ancora una volta, sinteticamente, è pietà per chiunque viaggi "in direzione ostinata e contraria". Nello studio Che cos'è l'arte l'anarchico cristiano Tolstoj scriveva: "C'è sempre in ogni epoca e in ogni società umana una coscienza religiosa del bene e del male comune a tutti gli uomini di tale società, ed è questa coscienza religiosa a determinare il valore dei sentimenti espressi dall'arte". È la stessa coscienza a far muovere a De André le corde della pietà, ma con quali obiettivi? "Ho sempre pensato – disse una volta Fabrizio De André – di dover essere socialmente utile per contare qualcosa. (...) In tutti i miei lavori mi sembra che l'impegno sociale ci sia sempre [ed è] fatto ... con l'intento di rendermi utile alla collettività". L'arte, dunque, per De André, è, come ancora una volta scriveva Tolstoj, uno strumento "per l'avanzamento dell'umanità verso la perfezione" ed è una perfezione che in De André si è esplicata da sempre nella semplicità espressiva dei suoi versi, come se volesse rispondere all'indicazione dello scrittore russo quando nel 1897 scriveva: "L'artista del futuro capirà che inventare una favola, una canzone commovente, una filastrocca [...] e disegnare un'immagine capace di allietare decine di generazioni o milioni di bambini e di adulti è immensamente più importante e fecondo che non scrivere un romanzo o una sinfonia, o dipingere un quadro in grado di distrarre per un po' di tempo qualche persona delle classi ricche per poi essere dimenticato per sempre" È sempre Tolstoj che contrappone l'arte vera all'arte falsa "che nasce dalla divisione della società in classi opposte e dalla irreligiosità delle classi dominanti" .
Come Pasolini
Ed è quella stessa irreligiosità che De André sottolinea più spesso per evidenziare la grettezza e la volgarità degli intenti della piccola e grande borghesia e che trova il suo apice in La buona novella dove, procedendo come il Pasolini di Il Vangelo secondo Matteo, De André non solo disegna le figure della narrazione spogliandole dell'aura della mistica tradizionale e dando loro la dimensione umana di precarietà e conflittualità esistenziale astorica ma evidenzia anche i pregiudizi dei dogmi e la violenza del potere che difende sé e i propri privilegi calpestando quella stessa religiosità di cui si vorrebbe depositario. Ecco, ovviamente accennato a grandi linee, il perché gli "eretici" Pasolini e De André, al di là delle già evidenziate enormi differenze che li distinguono, possono essere accomunati: contro il quieto vivere di chi maschera l'ipocrisia con la virtù, entrambi hanno alzato la loro voce nella rivendicazione di una radicale diversità dal mondo borghese e dalla sua razionalità alienante e distruttiva. Non è un caso che il mondo da loro descritto veda sempre, come protagonisti positivi, quei soggetti che la società disprezza e marginalizza e non è un caso, nemmeno, che in quel mondo entrambi collochino il "loro" Cristo, uomo e ribelle sconfitto da ragioni di Stato e "di bottega". Sia Pasolini che De André circondano e fanno attraversare quell'universo reietto dalla volgarità delle ricchezze ostentate e dall'ignoranza elevata a valore. Scomparsi questi due grandi intellettuali, possiamo solo augurarci che altri abbiano preso e prendano in mano il loro testimone per proseguire l'impegno a resistere e a combattere, anche con le armi della parola e della poesia, questo sistema che produce violenza, sfruttamento e infamità: altrimenti non ci resterà che una lunga "domenica delle salme" fatta appunto di ricchezze ostentate e di ignoranza elevata a valore.
Romano Giuffrida
Questo saggio è stato presentato come relazione al Convegno di studi "Per mari, per cieli, per terre, con Fabrizio, alla ricerca dell'Uomo" tenutosi a Garessio (Cn) gli scorsi 14 e 15 luglio. La pubblicazione degli Atti è al vaglio degli organizzatori: se ci saranno novità, ne daremo conto ai lettori di "A".
1. J. P. Sartre, Plaidoyer pour les intellectuels, Édition Gallimard, Paris 1972; tr. it. Che cos'è un intellettuale? In Difesa dell'intellettuale, Theoria, Roma - Napoli 1992, p. 67. 2. F. De André, Conversazione privata del ..... in Faber, videodocumentario di B. Bigoni e R. Giuffrida, Minni Ferrara Produzioni, Prov. di Milano - sett. cultura, Tele +, Milano 1999. 3. P. P. Pasolini in Pasolini l'enragé, intervista filmata di J. A. Fieschi 1966. Sintesi in P. P. P., Interviste corsare, Liberal Atlantide Editoriale, Roma 1995. 4. Ibid. 5. F. De André, prefazione a F. Villon, Poesie, Feltrinelli, Milano 1996. 6. P. P. Pasolini, intervista a Paese Sera con titolo: C'è un abisso tra Nehru e gli indiani, 25 - 26 febbraio 1961. 7. M. A. Bakunin, Stato e anarchia, Feltrinelli, Milano 1996. 8. Ibid. 9. Max Stirner, L'Unico e la sua proprietà, Edizioni Anarchismo, Catania 1993 - Max Striner è lo pseudonimo che si scelse Johann Kaspar Schmidt (1806/1856), filosofo della sinistra hegeliana che, in contrapposizione all'universalismo hegeliano, contrappose il riconoscimento dell'individuo come unica realtà e unico valore della storia. Le sue posizioni influenzarono il dibattito filosofico sull'anarchismo nella seconda metà dell'Ottocento. 10. Quella, per intenderci, cantata nei versi "Di respirare la stessa aria/ dei secondini non ci va/ e abbiam deciso di imprigionarli/ durante l'ora di libertà". 11. E ciò, appunto, determinato dalla dimensione carceraria nella quale De André fa compiere al protagonista di Storia di un impiegato il passaggio dall'io al noi. 12. AA. VV. La dimensione libertaria del Sessantotto, Volontà 3/88, Editrice A, Fabrizio De André: Siamo per sempre coinvolti. 13. Ibid. 14. P. P. Pasolini, Il Giorno, intervista di Giorgio Bocca dal titolo: "L'arrabbiato sono io", 19 luglio 1966. 15. R. Giuffrida - Bruno Bigoni, Canzoni corsare in Accordi Eretici, Euresis Edizioni, Milano 1997. 16. W. B. Yeats, The Pity of Love. 17. B. Pascal, Pensieri. 18. D. Fasoli, Fabrizio De André, La cattiva strada, Edizioni Associate, Roma 1995. 19. L. Tolstoj, Che cos'è l'arte? 20. Ibid. |
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UNA STORIA SBAGLIATA
 E' una storia da dimenticare e' una storia da non raccontare e' una storia un po' complicata e' una storia sbagliata.
Comincio' con la luna sul posto e fini' con un fiume d'inchiostro e' una storia un poco scontata e' una storia sbagliata.
Storia diversa per gente normale storia comune per gente speciale cos'altro vi serve da queste vite ora che il cielo al centro le ha colpite ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
E' una storia di periferia e' una storia da una botta e via e' una storia sconclusionata una storia sbagliata.
Una spiaggia ai piedi del letto stazione Termini ai piedi del cuore una notte un po' concitata una notte sbagliata.
Notte diversa per gente normale notte comune per gente speciale cos'altro ti serve da queste vite ora che il cielo al centro le ha colpite ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
E' una storia vestita di nero e' una storia da basso impero e' una storia mica male insabbiata e' una storia sbagliata.
E' una storia da carabinieri e' una storia per parrucchieri e' una storia un po' sputtanata o e' una storia sbagliata.
Storia diversa per gente normale storia comune per gente speciale cos'altro vi serve da queste vite ora che il cielo al centro le ha colpite ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
Per il segno che c'e' rimasto non ripeterci quanto ti spiace non ci chiedere piu' come e' andata tanto lo sai che e' una storia sbagliata tanto lo sai che e' una storia sbagliata. November 14
L'intervista
Luvi De André, canzoni senza innocenza
C'è chi sarebbe disposto a tutto pur di avere il suo quarto d'ora di celebrità nel mondo della musica. E c'è chi non ha nessuna fretta, come Luvi De André. Con un cognome così, si potrebbe obiettare (è figlia del grande "Faber" e di Dori Ghezzi) non c'è bisogno di sgomitare. Ma per Luisa Vittoria, 29 anni, già corista nei dischi e tour del celebre e papà, la musica nasce come esigenza interiore, lontano dalla voglia di emulazione e di paragoni eccellenti. Le canzoni di Luvi sono maturate piano nel corso del tempo, al culmine di una lunga riflessione interiore. E hanno portato all'uscita dell'album intitolato non a caso Io non sono innocente. Di questo esordio solista parliamo con la stessa Luvi.
Tre anni e mezzo per fare questo disco, un tempo di lavorazione decisamente lungo rispetto alla media. Come mai? "Beh, io sono così. Non sono fatta per stare sotto pressione, lavorando a tutta velocità. E' una mia esigenza. Ma anche il team di produzione, formato da Piero Cantarelli e Claudio Fossati (collaboratori del cantautore Ivano n.d.r.) e da Fabrizio Barale degli Yo Yo Mundi ha dovuto dividersi tra differenti progetti. Così abbiamo scelto di fare le cose con calma, mentre le canzoni maturavano pian piano".
Quali artisti si sente di citare come fonte di ispirazione? "Per quanto riguarda gli stranieri, mi piacciono molto i Radiohead, sono molto più di un semplice gruppo rock. Si propongono come laboratorio creativo fuori dalle regole. Poi direi i Coldplay ma anche Skin, l'ex cantante degli Skunk Anansie. Tra gli italiani adoro l'intensità di Mia Martini e amo Subsonica, Elisa e i Negramaro".
Il titolo come Io non sono innocente suona come una condanna autoinflitta, il risultato di una resa dei conti con se stessi. E' così? "Riflette non tanto una condanna, piuttosto come ho preso atto di me stessa in un certo momento della mia vita. Le mie canzoni riflettono l'appartenenza alla generazione dei 30-35enni, contraddistinta dall'indifferenza e dalla superficialità, come se si vivesse cloroformizzati rispetto a ciò che accade intorno a noi. Sono gli effetti collaterali dell'essere cresciuti nel benessere, avendo fin troppe comodità. La realtà si fa sempre più drammatica e conflittuale, il rischio è di non rendersene conto fino a quando le cose saranno diventate irrecuperabili".
Ci sono canzoni dell'album a cui è particolarmente legata? "Per me non è facile scegliere. Se proprio devo, direi Oggi Domani che ben racconta il momento in cui ti trovi a lasciare le comode protezioni che la vita ti ha offerto per metterti davvero in gioco. Poi Giocando in equilibrio che parla del difficile rapporto, sempre in divenire, tra genitori e figli. E' l'ultimo pezzo a cui abbiamo lavorato, mixato a disco praticamente ultimato".
Nel brano Ismahel si sentono echi del Moby Dick di Melville. "Sì, è una composizione di Claudio Fossati che condensa la storia del celebre libro. La balena bianca, così affascinante e terribile, ben rappresenta la sfida con l'ignoto, laddove l'ignoto è il lato oscuro che ci portiamo dentro, il conflitto irrisolto con noi stessi".
Dopo un album di solito c'è il tour. Quando vedremo Luvi De Andrè dal vivo? "Ci stiamo preparando per fare i concerti. Anche qui la parola d'ordine è nessuna fretta. Io vivo bene lontano dai riflettori, amo fare le cose un passo per volta, sono riservata. Mi basterebbe cominciare aprendo concerti di altri artisti, suonare mezz'ora e vedere la reazione del pubblico alle mie canzoni".
Quanto pesa avere genitori famosi come Fabrizio De André e Dori Ghezzi? "Beh, loro sono mia madre e mio padre, perché dovrei far finta che non esistano? D'altra parte, se qualcuno parla di me solo come figlia d'arte, il semplice accostamento non basterà a fargli venir voglia di ascoltare la mia musica. Ho cominciato il mio percorso e sarò sempre più esposta in prima persona, come è giusto che sia".
Cosa le è rimasto, a livello personale e artistico, del rapporto con il suo compianto papà? "Mi ha insegnato ad essere sincera e precisa, molto precisa. A non accontentarmi dell'approssimazione e ad essere di mente aperta. L'apertura mentale, la capacità di mettersi nei panni altrui senza giudicare, erano i doni maggiori di mio padre che lui faceva confluire anche nelle sue canzoni. Colpiva la gente con temi forti, veri, cose che corrispondevano alla vita vissuta. La sua è stata una grande lezione".
Cristiano Sanna November 08
DA A ME RIVA - 2000
Un corredo di immagini per una delle liriche più suggestive del grande Fabrizio De Andrè. Il viaggio dura il tempo di una canzone e va dal mare di Genova alle colline, fino all’inevitabile capolinea finale.
"Da a me riva" è tra i film selezionati per l'edizione 2000 di GENOVA FILM FESTIVAL.
SCHEDA TECNICA
Video in formato VHS Durata: 3 minuti e 30 secondi
Produzione: PSEUDO TV Anno di produzione: 2000 Regia: Giampiero Orselli Soggetto e sceneggiatura: Giampiero Orselli Montaggio: Giampiero Orselli Fotografia: Giampiero Orselli Musica: Fabrizio de Andrè
De André, sempre nei vicoli le radici della sua musica
'A Genova non ho più motivo di tornare perché, a febbraio, è morta mia madre ed era l'unica radice che mi rimaneva. Adesso il triangolo Genova, Gallura, Milano è diventata una linea retta. Certe volte penso di convincere mia moglie e mia figlia ad andare a vivere a Genova. Mi farebbe piacere ma penso che sarà difficile'. Il suo primo ritorno a Genova, Fabrizio De Andrè lo fece all'età di cinque anni, nel 1945, dopo una lunga permanenza da sfollato a Revignano d'Asti. Lo accolse una città in festa, con la gente per le strade che celebrava la liberazione agitando gigantesche bandiere rosse. La maggior parte dei palazzi erano stati sventrati dalla bombe e lo sarebbero restati a lungo (il principale teatro di Genova ha dovuto aspettare quasi cinquant'anni per essere ricostruito). Il bambino De Andrè si sentì diviso tra due sentimenti contrastanti: da un lato la nostalgia della cultura contadino, che aveva segnato i suoi primi anni di vita, dall'altro il brivido della città di mare, con le sue luci e i suoi misteri. In particolare la Genova, "intestinale", dei vicoli, labirintica e peccaminosa. Fabrizio vi si accostò, guardandola dal buco della serratura, con un misto di attrazione e paura perché per lui, rampollo di buona famiglia, quel mondo era proibito. A dieci anni, fu iscritto alle medie, presso l'istituto Arecco, dove la sua vena trasgressiva e ribelle ebbe modo di esprimersi al meglio. A dodici anni, ebbe la sua prima esperienza sessuale con una francese di nome Georgette che conobbe durante le vacanze estive. Dopo di allora cominciò la frequentazione assidua di via del Campo, con una banda di ragazzi di strada che aveva battezzato i "lupi di via Piave". Nel frattempo, suo padre, professore di lettere e filosofia, era diventato consigliere comunale repubblicano, assessore, vicesindaco e infine presidente della Fiera Internazionale. Fabrizio fece il liceo al Colombo (per non doversi confrontare con il fratello secchione che era stato mandato al Doria). Dopo il liceo, si iscrisse a medicina, poi a lettere, poi a giurisprudenza, senza frequentarne alcuna (mentre il fratello diventava un celebre penalista). Fabrizio aveva ormai imboccato la "sua cattiva strada" e, seguendo un naturale richiamo del branco, si era unito alla vivace bohémien del quartiere della Foce. Divenne subito amico di due geniali "perdigiorno" come lui: Luigi Tenco e Paolo Villaggio. E alla fine degli anni Cinquanta che, in riva al mare, nacque la leggendaria scuola genovese che rinnovò completamente il linguaggio della musica leggera italiana. I protagonisti di quella stagione straordinaria furono, oltre a De Andrè e Tenco, Gino Paoli, Umberto Bindi, Bruno Lauzi e il maestro Giampiero Reverberi. I loro modelli erano i grandi chansonnier francesi (Brel e soprattutto Brassens) e la musica brasiliana. Presto i rappresentanti della colonia genovese si trasferirono a Milano e, grazie alla sensibilità di discografici di talento come Nanni Ricordi e Tony Casetta, cominciarono la loro carriera discografica. Fabrizio fu il primo a incidere un 45 giri: era il 1958, e il pezzo si intitolava Nuvole barocche, bello ma ancora lontano dallo stile del cantautore. Dopo pochi anni, arrivarono i primi 45 giri, che resero subito De Andrè popolarissimo. Nel 1968, il primo album, Volume I che si apre con Preghiera in gennaio, meravigliosa canzone scritta da Fabrizio la notte dopo il suicidio dell'amico Tenco. Da allora De Andrè ha fatto molti altri long playng, tutti di straordinario valore musicale e poetico (basti ricordare i Volumi II e III, La buona novella, Non al denaro, né all'amore, né al cielo, Storia di un impiegato, Rimini, L'indiano) e tutti di grandissimo successo commerciale. Il pubblico ha continuato a seguirlo e ad amarlo come agli inizi, nonostante la sua proverbiale ritrosia a esibirsi in palcoscenico e la sua pigrizia di "contadino che a tempo perso scrive in canzoni". Dal 1975, De Andrè si divide tra Milano e la Gallura (e in Sardegna si ostina a stare, nonostante i quattro mesi di permanenza all'Hotel Supramonte, con la moglie Dori Ghezzi, ospiti dei loro rapitori). Eppure, egli è rimasto sempre legato alla cultura della sua città. Nel 1984, il suo disco Creuza de ma, cantato interamente in genovese, è risultato da un referendum indetto da una celebre rivista musicale, il più bel disco degli anni Ottanta. Con esso, De Andrè è andato alle radici della genovesità recuperandone il linguaggio e la musicalità mediterranea, come nessuno era mai stato capace di fare prima. Nel 1990 è uscito Le Nuvole, altro capolavoro carico di evocazioni della cultura ligure (A cimma. Megu megùn). Per trovare le radici della sua arte e la volontà di raccontare nuove storie, dalle coste della Sardegna e dalle nebbie di Milano, Fabrizio continua a guardare verso Genova e lo fa attraverso quell'immenso buco della serratura che è la memoria.
Giampiero Orselli - 1995
Grazie città-madre del tuo sguardo severo
Frammenti di conversazione telefonica con Fabrizio De Andrè. Genova-Milano 18/9/95.
Gli amici - Dei miei amici genovesi, ho visto solo Gino, un paio di volte, poi,di recente, ho vissuto per un po' insieme a Ivano, con cui abbiamo scritto le canzoni del prossimo album (una sola sarà in genovese). Ma il mio punto di riferimento principale rimane Beppe Grillo. Certe volte, vado io trovarlo a Sant'Ilario e, altre volte, viene lui a Milano o in Gallura.
I vicoli - Mi hanno detto che i vicoli sono pieni di extracomunitari.Una volta, c'erano gli americani. Dopo la guerra, i marinai sbarcavano dalle grandi portaerei, e venivano a portarci i berretti e le sigarette. Le risse erano molto più cospicue di quelle di oggi.La gente si accoltellava e si ammazzava di botte. I portuali credevano nell'ideologia comunista e si sentivano investiti di una connivenza con l'unione sovietica, perciò al porto scoppiavano risse spaventose con gli americani. A quell'epoca non circolava la droga ma scorrevano fiumi di alcool.
Ristrutturazioni - Adesso mi dicono che vogliono ristrutturare il centro storico. Probabilmente sotto ci sarà la solita speculazione edilizia. Si finirà per mandar via le prostitute nigeriane e il loro posto verrà preso da signore di ottima estrazione sociale che, per pagarsi gli affitti terrificanti imposti da queste lobbies delle ristrutturazioni, dovranno prendere il posto delle prostitute nigeriane. Così ci saranno nuove prostitute genovesi.
Navigare - Ho navigato fino al 1987 su una barca che si chiamava Jamin-a, (n. d. r che è anche il titolo di una splendida canzone di Creuza de ma) con cui hofatto vari giri nel Mediterraneo. L’ultima volta, siamo salpati con Mauro Pagani per scrivere le canzoni di un disco, ma non abbiamo scritto neanche una nota. Stavamo troppo bene per scrivere. Abbiamo fatto una bella vacanza e basta e con Mauro ci siamo salvati anche la pelle perché eravamo in crisi tutti e due.
Colombo - Colombo era un navigatore geniale, ma era anche un gran gondone. Ci sono tanti popoli che la loro storia non hanno potuto scriverla. Sarebbe stato il caso di rileggere l'epopea dei pellerossa, tenendo conto delle loro testimonianze orali. L'esplosione della rivisitazione storica del conflitto tra yankee e pellerossa, si è avuta proprio nel periodo in cui sono state organizzate queste ultime colombiane. E qualcuno a Genova, poverino, se ne è pure vergognato.
A Milano - Non ci sono a Milano, le nuvole distinte che puoi trovare in Galtura. Qui le nuvole si ammucchiano tutte quante e formano un grigiore generale. In Gallura potresti chiamarle per nome, mentre a Milano c'è una cappa indistinta. A Milano non vivo volentieri. Praticamente sono agli arresti domiciliari. Non c'è corso Italia o la campagna della Gallura. Milano è una città piatta e non ti stimola curiosità. Genova con i suoi saliscendi, le sue curve improvvise, a ogni angolo ti offre una scena diversa.
Nostalgia - Di solito non si ha nostalgia di un posto, ma di quello che eri in quel posto e io ho nostalgia della mia giovinezza a Genova. Perché ti passi la nostalgia di un posto basta tornarci. Però lo ritrovi cambiato, perché da piccolo vedevi le cose idealizzate.Così torni e dici: ma è tutto qui quello che consideravo un paradiso terrestre? Genova è una madre piuttosto severa nel giudicare i suoi figli e questo mi ha fatto bene e ha acuito il mio senso di autocritica. Parlo spesso con Beppe Grillo di questo fatto. Quando lui torna dalle sue performance televisive, ancorché rare, trova i vecchietti genovesi che gli dicono cose incredibili e gli smorzano ogni entusiasmo: "Belin Grillo, come tei ingrassou!'. E un umorismo caustico che fa bene alla salute mentale di chi vorrebbe montarsi la testa. In questo senso, Genova è una grande correttrice.
Giampiero Orselli |
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Non t'amo "
Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio O freccia di garofani che propagano il fuoco: t'amo come si amano certe cose oscure, segretamente, entro l'ombra e l'anima. T'amo come la pianta che non fiorisce e reca Dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori; grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo il concentrato amore che ascese dalla terra. T'amo senza sapere come, né quando né da dove, t'amo direttamente senza problemi né orgoglio: così ti amo perché non so amare altrimenti che così, in questo modo in cui non sono e non sei, così vicino che la tua mano sul mio petto è mia, così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno".
Pablo Neruda November 06
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Il cantautore genovese è scomparso nella notte. Aveva 58 anni. I funerali mercoledì alle 11.30
E' morto a Milano Fabrizio De André
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MILANO - Si è spento nella notte Fabrizio De André, stroncato da un tumore a 58 anni. Il cantautore genovese è morto alle 2.30 all'Istituto dei Tumori di Milano, dove era ricoverato da qualche tempo. Per volontà dei familiari, non sarà allestita una camera ardente in ospedale perché non desiderano che vi siano visite alla salma prima dei funerali, o comunque prima del trasferimento a Genova, che avverrà dopodomani, a conclusione delle procedure burocratiche. Nel pomeriggio la famiglia ha fatto sapere che la cerimonia funebre si terrà mercoledì alle 11.30 nella Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano a Genova. I familiari tengono a sottolineare che i funerali saranno pubblici perché "Fabrizio appartiene non solo alla famiglia, ma a tutti quelli che lo hanno amato".
Al capezzale del cantautore, accanto al figlio, c'erano la moglie Dori Ghezzi e la figlia Luvi. "Papà è morto serenamente" ha detto Cristiano. "Gli eravamo accanto, gli stringevamo le mani". Da anni musicista come il padre e spesso suo collaboratore nei concerti e nelle registrazioni, Cristiano era riuscito come gli altri congiunti a mantenere uno stretto riserbo sulla malattia di Fabrizio. Ma da diverse settimane la voce che il cantautore fosse gravemente malato si era diffusa nel mondo della musica leggera. In autunno lo stesso De André aveva pubblicamente annunciato con un comunicato la rinuncia ai concerti già programmati, spiegando di dover essere curato perché affetto da più di una ernia del disco. "La malattia era stata scoperta a fine estate" ha detto Cristiano. "Abbiamo sperato nelle cure, ma putroppo non c'è stato niente da fare: le condizioni di papà erano gravi".
Era nato a Genova, nel quartiere della Foce il 18 febbraio del 1940. Figlio di genitori della borghesia agiata ma legati a una famiglia di solido patrimonio, De André è stato uno studente pigro fermatosi a due esami dalla laurea in legge che ha avuto tra i suoi amici di sempre Paolo Villaggio, Luigi Tenco, Gino Paoli.
E Paolo Villaggio, uno degli amici d'infanzia, lo ricorda in maniera scarna, ma profonda, quasi volesse sottrarsi alla retorica che circonda talvolta la morte di personaggi celebri. "Era intelligente, geniale, allegro, spiritoso, squinternato, un po' vanitoso, snob: non era triste, come voleva l'immagine pubblica che gli avevano dipinto addosso. Era un anarchico, grande poeta". Anche Villaggio, come De André, era figlio di buona famiglia, e i due erano cresciuti insieme. "I nostri genitori erano molto amici" racconta l'attore "si vedevano spesso e insieme andavamo in vacanza, in montagna, in un paese vicino a Cortina d'Ampezzo, al mare, in campagna".
Crescendo, l'amicizia d'infanzia s'era consolidata anche in virtù di una "comunanza ideale e caratteriale". "Avevamo caratteri simili" prosegue Villaggio "eravamo tutti e due squinternati, entrambi 'pecore nere' delle rispettive famiglie. Abbiamo cominciato insieme a lavorare facendo intrattenimento sulle navi della Costa Crociere, c'era anche Berlusconi. Negli anni non abbiamo mai smesso di vederci, andavamo in barca insieme, ci piaceva far da mangiare insieme".
Paolo Villaggio, in questo periodo a Milano con il suo spettacolo, racconta di non essere mai andato a trovare l'amico in ospedale: "Non me la sono sentita di vederlo così. E neppure a lui andava. Per chi non crede nel paradiso, la morte è solo vuoto". "Dolore, in questo momento, non lo si prova" confessa l'attore "si è shoccati. Dolore lo si prova per la propria morte, per quella della moglie... Sento il vuoto che si percepisce quando scompare una persona intelligente". Villaggio vuole ricordare De André come "un grande poeta più che un cantautore.Le canzoni che più mi piacciono sono quelle che abbiamo scritto insieme: Carlo Martello è la preferita".
"Una perdita dura, durissima", dice Franz Di Cioccio, membro storico della Pfm, nel parlare della scomparsa di De André. "Non ci sono parole adatte per commentare la scomparsa di un grande come lui, uno dei più grandi in assoluto. E' difficile dire qualcosa...". De André e la Pfm avevano suonato in una celebre tournée alla fine degli anni 70 i cui momenti migliori sono raccolti nei due volumi Fabrizio De André in concerto.
Uno "spartiacque fondamentale" nella musica italiana: così Renzo Arbore definisce Fabrizio De André, "il primo" spiega "a coniugare felicemente la semplicità della musica popolare con la raffinatezza dei testi". Il merito di De André, secondo Arbore, è stato quello "di rivolgersi senza mediazioni ma anche senza compromessi a un pubblico in grado di apprezzarlo, soprattutto in virtù della costante semplicità delle melodie, come nel caso della Storia di Marinella, tutto basato su due soli accordi". Questa caratteristica ne ha fatto il padre "di molti epigoni che invece ai compromessi si sono poi piegati e che" aggiunge Arbore "mi piacerebbe che oggi, a differenza di come hanno fatto con Battisti, con la scusa del silenzio e della privacy, ne riconoscessero il ruolo". Diversa, per Arbore, "la seconda fase musicale di De André, quella che comincia con Creuza de ma: lì ha mescolato i generi attingendo alle radici folk della musica della sua terra. E' stata" conclude Arbore "un'ulteriore lezione del grande cantautore, uno dei pochi per cui valga davvero la pena di spendere la parola poeta".
"Un grande poeta ci ha lasciato. Siamo tutti più tristi" sono le parole con cui Beppe Carletti, leader dei Nomadi, ricorda de André. "Non conoscevo benissimo De André, ma ho suonato tantissime volte le sua canzoni, come tutti negli anni 60" spiega Carletti. "Lui era un grande, uno che non metteva mai in fila le cose: quello che aveva da dire lo diceva. Con Guccini, è stato il più grande della sua generazione".
(11 gennaio 1999) |
L'ultimo addio a De André
La ballata di Fabrizio di Michele Serra
Morto a Milano Fabrizio De André
Il messaggio di De André di Giacomo Pellicciotti
Le tappe della sua vita di Flavio Brighenti
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| November 02
Citazione
Rubo da un blog
| Fiume Sand Creek |
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| Fiume Sand Creek Fabrizio De Andrè
Con questa bellissima canzone l’indimenticabile De Andrè volle ricordare quello che successe quel 29 novembre 1864.
Ad un certo punto la canzone dice : fu un generale di vent’anni occhi turchini e giacca uguale.
La prima volta che la ascoltai pensai che De Andrè avesse confuso Chivington con Custer, ma non è così. Il cantautore sapeva benissimo chi fosse il responsabile del massacro .
La citazione è tratta da uno scritto dello stesso cantautore nel suo libro : Come un anomalia
( Tascabili Einaudi 1999) .De Andrè cita Custer come a rappresentare simbolicamente un ufficiale dell’esercito americano che con i suoi uomini assale un pacifico villaggio , senza considerare se gli indiani fossero colpevoli o no, ed anche per collegare questo massacro con quello che Custer compirà 4 anni più tardi sul Washita, sempre ai danni del pacifico Caldaia Nera.
De Andrè si ispirò al Sand Creek dopo aver letto il libro: Gambe di Legno - memorie di un guerriero Cheyenne.
Senza ombra di dubbio il massacro del Sand Creek è stato uno degli episodi più vergognosi nella storia degli Stati Uniti d’America.
Fu un massacro premeditato .Le colpe caddero chiaramente sul governatore Evans , su Chivington e sul maggiore Anthony, che suggerì ai cacciatori Cheyenne di andare a caccia di bisonti per lasciare il campo indifeso.
Mai fino a quel momento nelle Grandi Pianure in una “battaglia” si vide tanto accanimento e tanta ferocia nell’uccidere donne e bambini.
Sotto certi aspetti fu addirittura più crudele del massacro di Wounded Knee.
Molti libri sugli Indiani d’America riportano la storia del Sand Creek .
Il resoconto più completo e particolari dettagli di questo eccidio si possono consultare nel libro di George Bird Grinnell : The Fighting Cheyennes.
Il 29 novembre 2004 cade l’anniversario del Torrente della Sabbia. Sono trascorsi 140 anni e vogliamo ricordare…
Vogliamo ricordare in particolar modo quei bambini che quel giorno persero la loro libertà e che ora dormono sul fondo del Sand Creek…
LA CANZONE
Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent’anni occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni figlio di un temporale
c’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek.
I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì
a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek.
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio e nell’altro il paradiso
le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse
ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek.
Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte c’eran solo cani e fumo
e tende capovolte
tirai una freccia in cielo per farlo respirare
tirai una freccia al vento per farlo sanguinare
la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek
Si sono presi i nostri cuori
sotto una coperta scura sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent’anni occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni figlio di un temporale
ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek
Fiume Sand Creek Fabrizio De Andrè |
Fiddler Jones (Edgar Lee Masters)
The earth keeps some vibration going There in your heart, and that is you. And if the people find you can fiddle, Why, fiddle you must, for all your life. What do you see, a harvest of clover? Or a meadow to walk through to the river? The wind's in the corn; you rub your hands For beeves hereafter ready for market; Or else you hear the rustle of skirts Like the girls when dancing at Little Grove. To Cooney Potter a pillar of dust Or whirling leaves meant ruinous drouth; They looked to me like Red-Head Sammy Stepping it off, to "Toor-a-Loor." How could I till my forty acres Not to speak of getting more, With a medley of horns, bassoons and piccolos Stirred in my brain by crows and robins And the creak of a wind-mill--only these? And I never started to plow in my life That some one did not stop in the road And take me away to a dance or picnic. I ended up with forty acres; I ended up with a broken fiddle-- And a broken laugh, and a thousand memories, And not a single regret. |
Il suonatore Jones (Fabrizio de André)
In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità, a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra vibrare di suoni era il mio cuor, e allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore.
Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato.
Libertà l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo per un compagno ubriaco.
E poi la gente lo sa, e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare.
Finì con i campi alle ortiche finì con un flauto spezzato e un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto. |
Il suonatore Jones (traduzione di Fernanda Pivano)
La terra ti suscita vibrazioni nel cuore: sei tu. E se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca, per tutta la vita. Che cosa vedi, una messe di trifoglio? O un largo prato tra te e il fiume? Nella meliga è il vento; ti freghi le mani perché i buoi saran pronti al mercato; o ti accade di udire un fruscio di gonnelle come al Boschetto quando ballano le ragazze. Per Cooney Potter una pila di polvere o un vortice di foglie volevan dire siccità; a me pareva fosse Sammy Testa-rossa quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor. Come potevo coltivare le mie terre, - non parliamo di ingrandirle - con la ridda di corni, fagotti e ottavini che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa, e il cigolìo di un molino a vento - solo questo? Mai una volta diedi mani all'aratro, che qualcuno non si fermasse nella strada e mi chiedesse per un ballo o una merenda. Finii con le stesse terre, finii con un violino spaccato - e un ridere rauco e ricordi, e nemmeno un rimpianto. |
November 01 http://www.filelodge.com/files/room20/518316/Fabrizio%20de%20Andrè%20-%20Khorakhanè.mp3
(a forza di essere vento) Khorakhanè: tribù rom di provenienza serbo-montenegrina.
Il cuore rallenta la testa cammina in quel pozzo di piscio e cemento a quel campo strappato dal vento a forza di essere vento
porto il nome di tutti i battesimi ogni nome il sigillo di un lasciapassare per un guado una terra una nuvola un canto un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue per la stessa ragione del viaggio viaggiare Il cuore rallenta e la testa cammina in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano come un rame a imbrunire su un muro saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano i segreti che fanno paura finchè un uomo ti incontra e non si riconosce e ogni terra si accende e si arrende la pace
i figli cadevano dal calendario Yugoslavia Polonia Ungheria i soldati prendevano tutti e tutti buttavano via
e poi Mirka a San Giorgio di maggio tra le fiamme dei fiori a ridere a bere e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi e dagli occhi cadere
ora alzatevi spose bambine che è venuto il tempo di andare con le vene celesti dei polsi anche oggi si va a caritare
e se questo vuol dire rubare questo filo di pane tra miseria e sfortuna allo specchio di questa kampina ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio

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