Fabrizio's profileFabrizioBlogListsGuestbookMore Tools Help

Blog


    October 30

    Qualcosa di faber

    La vita

    "Da vecchio rimarrò solo": l’aveva scoperto, diceva, grazie alla sua passione per l’astrologia. Ma le stelle gli avevano mentito. Non era vecchio, Fabrizio De André, coi suoi 58 anni. E, almeno , non era solo quando il tumore se l’è portato via. A stringergli forte la mano c’era la moglie Dori Ghezzi, c’era il figlio Cristiano, c’era la figlia Luvi. C’era la famiglia, il bene più prezioso per l’ex maledetto, il poeta anarchico, una delle persone più libere di cui ci ricorderemo. Le sue canzoni ci parlavano di prostitute, di delinquenti, di handicappati: di emarginati, di gente apparentemente "brutta, sporca e cattiva", in cui però lui sapeva scorgere la luce. "Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior", ripeteva. Sempre dalla parte dei perdenti, sempre tollerante. Una tolleranza che aveva iscritta nei cromosomi, forse respirata dalla sua città. "Genova", spiegava, "è stata multirazziale sin dal medioevo. Già cinque secoli fa non si faceva caso se uno portava il turbante. E’ nata e cresciuta nel rispetto delle varie religioni".

    Lui, che conosceva la realtà dei carrugi e dell’angiporto, veniva in realtà da una famiglia altoborghese: da un padre vicesindaco e dirigente dell’Eridania. Ma nel sangue portava anche la ribellione.

    Guardiamolo in prima elementare, per esempio. I genitori lo iscrivono dalle suore, alle Marcelline: in pochi giorni lui le ribattezza le "Porcelline". In seconda i suoi si arrendono: lo mandano alla scuola pubblica. Ma non è che qualche preghiera in meno faccia aumentare il rendimento: malgrado venga pungolato dal fratello maggiore, Mauro (futuro consulente di Raul Gardini, morirà appena cinquantenne), continua a studiare pochissimo.

    "A 13 anni ho conosciuto un giro di ragazzine: erano figlie di puttana, nel senso che le loro madri facevano quel mestiere. C’erano delle feste, io ci andavo con i miei amici e quegli incontri finivano regolarmente in gloria. Insomma, a quell’età conoscevo la vita molto più di mio fratello, che aveva quattro anni più di me. Solo che a scuola lui prendeva nove, io tre…".

    Insofferente a qualsiasi disciplina, si rivela all’inizio un disastro anche con la musica. Non tanto perché non è intonatissimo ("solo col tempo e l’educazione sono riuscito a migliorare"), ma perché marina le lezioni di violino per andare a mangiare cavolini alla panna. Va meglio con un nuovo maestro, Alexandro Jiraldo, che gli insegna le canzoni sudamericane senza annoiarlo.

    Non ne vuole sapere di studiare Fabrizio, però legge. Eccome. "Quand’ero ragazzo la letteratura ha avuto la funzione del nonno che non ho mai avuto: avevo bisogno di qualcuno più grande di me, che mi raccontasse delle storie. Flaubert, Balzac, Maupassant, Dostoevskij", ricordava, lui che per le sue canzoni tante volte si è ispirato agli scrittori, da Cecco Angiolieri a Baudelaire ed Edgar Lee Master con l’Antologia di Spoon River.

    Leggeva , dunque, tra una bravata e l’altra. "Da bambino tiravo pezzi di cacca di piccione nelle pentole di latte che i vicini tenevano al fresco, sul balcone. A volte, all’alba, Paolo Villaggio ed io andavamo a bussare alle camere di un grand hotel di piazza Principe, svegliando i clienti col grido: "tutti nell’atrio per il sorteggio". A sedici anni, poi, in montagna sfondai la porta di una chiesa: era notte e mi misi a far l’amore su una panca, con la ragazza che volevo sposare. A mio padre costò una cifra convincere il parroco a ritirare la denuncia".

    Il padre, con cui si sono immaginati mille conflitti, visto che non lo citava mai…

    "Ne ho parlato raramente perché nessuno me lo ha mai chiesto", aveva spiegato, spiazzando molti. "In realtà è sempre stato presente nella mia vita, e negli ultimi anni [Giuseppe De André è morto nel 1985] eravamo diventati parecchio amici. Nonostante una certa fama di durezza, mi ha sempre aiutato. Quando me ne sono andato di casa, a 18 anni, ha saputo (presumo da mia madre) che ero in difficoltà economiche e mi ha procurato il lavoro di segretario presso un istituto privato. L’ho fatto, credo per due anni".

    Intanto componeva, suonava in un locale, tentava di laurearsi in giurisprudenza (si è arreso dopo aver dato ben 18 esami). E poi, e poi… arriva Mina, canta la sua Canzone di Marinella. E’ la svolta.

    "Di colpo guadagnai tanto da lasciare la scuola e diventare musicista a tempo pieno. Quell’anno, il 1968, ebbi ben due album in classifica. Mina voleva portarmi in tournèe, ma io dissi no, il pubblico mi terrorizzava. Per convincermi gli impresari mi offrivano lo stesso cachet di Aznavour: riuscii a resistere sino al ‘75".

    Teatro del suo "cedimento" è la mitica Bussola di Viareggio. Prima si esibisce un comico sconosciuto, di Genova come lui e suo grande amico sino alla fine: Beppe Grillo. Si rimedia qualche fischio finché, con spaventoso ritardo, sul palco arriva un terrorizzato Fabrizio. A spingerlo (letteralmente) in scena è un altro amico, Marco Ferreri.

    E’ in quell’occasione che per la prima volta viene fotografato con Dori Ghezzi, e si arrabbia: non è ancora separato dalla prima moglie, Enrica, che gli ha dato Cristiano.

     

     

    Ma ora lasciamo la parola a Dori, che così qualche tempo fa ci ha raccontato la loro grande storia d’amore.

    "Ci era capitato di incontrarci in diverse occasioni: due saluti, ed era finita lì. Poi, nel Marzo del 1974, c’è stato l’incontro fatale. Stavamo registrando in due diverse sale dello stesso studio: lui Canzoni, io il mio primo album da solista senza Wess. Cosa mi ha colpito? Be’, uno in genere pensa che Fabrizio sia una persona che ti può solo soffocare, uno che quando stai con lui devi solo stare zitta, ad ascoltarlo. Invece da subito mi ha fatto sentire "pensante", importante. Finalmente mi sono detta: "Esisto"".

    "Dalla prima telefonata, dalla prima chiacchierata, mi parlava come se ci conoscessimo da sempre. Non è uno che fa cadere dall’alto le cose, che sta su un piedistallo… Ha molto rispetto, vuole capire le persone. Al contrario di tanti intellettuali che non lasciano mai spazi agli altri e non fanno niente per comprendere: Fabrizio non è mai stato così con nessuno. Nel giro di pochi giorni ci siamo "incollati" 24 ore su 24 e abbiamo deciso di vivere insieme".

    "All’inizio abitavamo nei residence, in albergo. Finché non abbiamo deciso di metter su casa in Sardegna. Perché abbiamo scoperto che avevamo tutti e due questa voglia di verde. Fabrizio, figlio di torinesi trasferiti a Genova, per lunghi periodi nella sua infanzia (e soprattutto nel periodo della guerra), ha vissuto in campagna. Quando la famiglia è tornata in città, il distacco dai campi è stato quasi traumatico per lui. E da allora ha giurato a se stesso che ci sarebbe tornato, prima o poi. Anch’io avevo vissuto qualcosa di simile: i miei genitori, milanesi, si erano trasferiti in Brianza e i miei primi anni li ho vissuti lì. Il suo desiderio di cambiamento ha trovato una risposta in me".

    E non soltanto quella: secondo Villaggio, Fabrizio deve a Dori se non è finito in una soffitta solo e alcolizzato…

    "Forse Paolo ha esagerato, ma credo sia evidente che lui abbia trovato in me il suo equilibrio. Siamo cambiati moltissimo, in questi anni. Fabrizio aveva bisogno della sicurezza di una famiglia, che gli desse stabilità. Ha sentito la necessità di mettere radici".

    "Senza di lei sarei forse morto: di amarezza, di alcool, di autodistruzione, di pessimismo, di dolore", confermava in una splendida dichiarazione d’amore a mezzo stampa lo stesso De André. "Dori è una fonte perenne di creatività, ottimismo, positività. L’ho sposata dopo quasi vent’anni, ma c’eravamo già sposati all’addiaccio del supramonte. Una comunione a occhi chiusi. Vivere fianco a fianco per 24 ore al giorno, legati. Nessuno conosce l’altro come ci conosciamo noi".

    Già, il sequestro. Quattro mesi passati in mano ai rapitori, nel 1979. Poi la liberazione, dietro il pagamento di un riscatto di 600 milioni. Chissà quante volte è tornato nei loro incubi…

    "Noi abbiamo cercato di non lasciarci segnare. Io ho continuato a viaggiare in macchina da sola in Sardegna, per dirne una. Ci sono persone che hanno mitizzato il proprio rapimento perché magari con quello sono diventati popolari. Invece ho cercato di far dimenticare alla gente che sono un’ex sequestrata".

    "Al processo abbiamo perdonato i carcerieri", aggiungeva lui. "Dopo tutto, non veniva lasciato loro altro modo per mantenere le famiglie. Ma non ho perdonato i mandanti [un assessore e un veterinario]".

    Ad aspettarli, alla fine della prigionia, c’è Luisa Vittoria, per tutti: Luvi. "Non abbiamo deciso di averla, è arrivata", ci ha raccontato Dori. "Per Fabrizio è stato un po’ più difficile da accettare, anche se il nostro rapporto ormai era da anni alla luce del sole. Io ho deciso subito che volevo tenermi questa figlia. E’ nata il 30 Novembre 1977 in Sardegna all’ospedale di Tempio Pausania. Oggi si adorano, lei si confida più con lui che con me".

    De André a poco a poco cambia. Alla morte del padre, nell’85, smette anche di bere: gliel’ha promesso, e lui le promesse le mantiene. Ormai andava solo ad acqua minerale, erano finiti i tempi in cui si era guadagnato il soprannome di E.Til. Solo quando era di ottimo umore i suoi musicisti lo hanno visto assaggiare un goccio di vino dal bicchiere di Dori. Continuava però a fumare, per la disperazione della moglie: "Le sigarette sono l’unico motivo di piccole discussioni tra di noi", ci aveva detto la Ghezzi.

    Un dettaglio, in un’unione perfetta. Un’unione casa-lavoro: nell’ultima tournèe aveva voluto al fianco lei e, sul palco, la figlia come corista e il figlio come musicista. Il 24 Agosto però non c’è l’ha fatta più e ha dovuto interrompere i concerti. Fabrizio era consumato dal male. Ma non si è mai arreso: tre giorni prima di morire stava lavorando al montaggio dello spettacolo da mandare in Tv.

    Stava anche preparando un nuovo disco assieme al compositore americano, e suo direttore musicale, Mark Harris. Purtroppo non aveva ancora inciso alcun pezzo. Quelli di De André erano tempi lunghi. Il lavoro sarebbe stato forse pronto per il 2000 o il 2001. Molte canzoni erano già a buon punto: testi di De André e musiche di Harris. Doveva essere un disco importante in cui pensavano di coinvolgere anche degli amici come Mauro Pagani (con cui realizzò Creuza de ma) e il genio della dodecafonia Luciano Berio.

    Fino all’ultimo è rimasto uno spirito libero. Un esempio piccolo, ma significativo: mentre suoi tanti colleghi non ammetterebbero neanche sotto tortura di avere letto una pagina, lui (che conosceva a memoria i classici) citava lo scrittore amato dalla New Age Paulo Coehlo. "Penso che in qualunque periodo storico possano definirsi "salvi" quegli uomini che con la tenacia abbiano voluto, come dice appunto Coehlo, perseguire il fine della propria leggenda. Il che vuol dire con parole più semplici, non lasciarci deviare dallo scopo di rassomigliare a se stessi o, se si preferisce, dallo scopo cui ci sentiamo di essere destinati".

    E lui, non c’è dubbio, è stato fedele alla sua leggenda.

    Fila la lana

    Nella guerra di Valois
    il Signor di Vly è morto,
    se sia stato un prode eroe
    non si sa, non è ancor certo.

    Ma la dama abbandonata
    lamentando la sua morte
    per mill'anni e forse ancora
    piangerà la triste sorte.

    Fila la lana, fila i tuoi giorni
    lluditi ancora che lui ritorni,
    libro di dolci sogni d'amore
    apri le pagine al suo dolore.

    Son tornati a cento e a mille
    i guerrieri di Valois,
    son tornati alle famiglie,
    ai palazzi alle città.

    Ma la dama abbandonata
    non ritroverà il suo amore
    e il gran ceppo nel camino
    non varrà a scaldarle il cuore.

    Fila la lana, fila i tuoi giorni
    illuditi ancora che lui ritorni,
    libro di dolci sogni d'amore
    apri le pagine al suo dolore.

    Cavalieri che in battaglia
    ignorate la paura
    stretta sia la vostra maglia,
    ben temprata l'armatura.

    Al nemico che vi assalta
    siate presti a dar risposta
    perché dietro a quelle mura
    vi s'attende senza sosta.

    Fila la lana, fila i tuoi giorni
    illuditi ancora che lui ritorni,
    libro di dolci sogni d'amore

    chiudi le pagine sul suo dolore.


    Luvi

    Luvi De André, verranno a chiederti della tua musica...

    La figlia del leggendario cantastorie genovese debutta con l'album "Io non sono innocente"

     

    Sarebbe inutile (e un pochino pretenzioso...) domandare a Luvi De André di parlare diffusamente del Faber, alias l'indimenticabile Fabrizio De André, il più potente "cantastorie" (sapete, a lui piaceva essere chiamato così...) che questa nazione abbia mai avuto.

    Primo perchè saranno anche ricordi privati suoi, secondo perchè nel debut-album di Luvi, intitolato Io Non Sono Innocente, vi è spazio per creuze de ma, indiani, nuvole e buone novelle così come si potrebbe trovare del trucido gangsta-rap in un cd di Paolo Conte...

    Simone Sacco



    Come va, Luvi?
    "Bene, cioè 'bene' per modo di dire. In tutta sincerità, sono abbastanza in ansia. Non mi ci trovo proprio a rilasciare interviste...".

    Non male - come inizio - per una che ha finalmente deciso di confrontarsi con lo schizofrenico e mai rilassato mondo del music-business...
    "Lo so (sorride, Ndr) ma ne avevo abbastanza di prendermi in giro con idee abortite una dietro l'altra... Sai, negli ultimi anni ho provato a vedermi sia come fotografa che come stilista ma è stato tutto inutile: l'unica passione che, fin dall'infanzia, non mi ha mai abbandonata è stata proprio la musica...".

    Il tuo sembra quasi un "mea culpa"...
    "In parte lo è. Io, comunque, l'ho sempre inquadrato come un problema generazionale: troppi miei coetanei, infatti, si rifugiano in un obbiettivo di comodo e si lasciano trasportare dalla corrente, non realizzando mai nulla di concreto. Avvicinandomi ai trent'anni (li compirà nel 2007, Ndr) mi sono però resa conto che dovevo focalizzare le mie ambizioni una volta per tutte. Anche se tutto ciò mi imponeva di tornare sotto le luci del palcoscenico...".
     pagina 1 di 3  
     1 | 2 | 3
             avanti
    October 29

    Un'intervista

    Fabrizio De Andrè sembra andare e venire e poi tornare...come le nuvole.

    Sembra sparito, inghiottito, dissolto tra i crepacci della Gallura, mentre segue le orme di una mucca o l'odore di un cespuglio.

    Una presenza che per anni è rimasta soltanto nell'immaginario collettivo e poi è ricomparso. E ogni volta vien voglia di chiedergli: "Perchè l'hai fatto? Perchè sei riuscito dal crepaccio a cantare speranze e maledizioni che sembravano sopite per sempre?"

    E c'è un senso di rassegnazione, di cosmica ineluttabilità nel suo risponderti: "Non faccio nulla. Sono come una nuvola che si riempie di pioggia e quando è gonfia deve scoppiare e spandere la sua acqua ai quattro venti..."

    Quasi sessant'anni ormai, una chitarra, una città come Genova, di poeti e navigatori, una bottiglia di whisky, anzi una fila, un sentiero per amico. Poi, come in tutte le storie, un grande padre che muore. Gli chiese solo, in punto di morte: "Figliolo, buon figliolo, fammi una promessa. Non ti ho mai chiesto nulla"

    "Certo, padre mio, cosa vuoi dal tuo figliolo?"

    "Promettimi che smetterai di bere, bambino mio, promettilo."

    "Ma padre, o belin,  non mi puoi fare uno scherzo del genere proprio sul punto di morte, e con che cosa brinderò a questa tua dipartita?"

    Ma le promesse sono promesse, almeno nel regno degli uomini e così Fabrizio ha smesso di bere. Altre ombre si agitano nei suoi occhi di mare in tempesta, nomi di gente come si trovano solo nei racconti di Pavese, un eterno giaccone blu, una barba come sempre lunga, un letto sempre sfatto ma cosparso di poesia e frammenti di vita e sapere come una bibblioteca alessandrina. I capelli sempre spettinati, un volto che molta gente nemmeno conosce, ma un volto sempre incazzato, un sorriso sempre nascosto da cose impossibili a dire, perchè tutto è già stato cantato. Un'anarchia portata sempre a bandiera, un rapimento e tre mesi vissuti all'addiaccio con gli occhi bendati..."Ti chiudono gli occhi e sei costretto a guardare dentro di te. Ah gli occhi... se non mi fossi messo a cantare , sarei stato un pittore. Anche perchè mi piace considerare una canzone simile a un dipinto, dove alcuni elementi stanno in primo piano, altri in secondo piano, altri svolgono la funzione di fondale. Così la voce, il tema e la melodia potrebbero assumere le sembianze figurative della donna con il bambino in La Tempesta di Giorgione. Laddove l'arrangiamento, nei suoi piani strumentali, potrebbe rappresentare i vari elementi del paesaggio...

    Rigore e ambiguità, mani lunghe e affusolate da nobile, con vene da contadino, voce da portuale con espressioni da nouveau philosophe, tenerezza e insofferenza, da Porta a Penna alcuni dei versi più belli di questa generazione, una generazione di amanti e di sfigati, di ribelli e di pantofolai, di artisti col desiderio di anonimato e di anonimi col desiderio di essere segno e simbolo, di idealisti pronti a rinunciare a tutto e di rivoluzionari non disposti a rinunciare a niente...

    "Io passo la maggior parte della mia vita in solitudine. Non mi capita spesso di essere coinvolto da questo tipo di sentimenti. Mi capita più sovente di essere emozionato, o di provare meraviglia e stupore come un bambino. Oppure, quando scende la notte dell'anima cado in uno stato di atarassia, di totale assenza di partecipazione emotiva".

    Poche amicizie, ma come si suol dire sincere, voglia di avventura e nido di famiglia, grande vecchio ed eterno bambino, passare dalle favole all'analisi e ritorno senza soluzione di continuità. Passare dal futuro attraverso il tempo perduto, quando le cose avevano un nome, nascevano e morivano con te e nessuno poteva portartele via. Il pudore estremo dei propri sentimenti, un amore per Dori che va oltre la parola e che nessuna parola d'amore potrebbe mai descrivere o contenere.

    "Sarei forse morto: di amarezza, di alcol, di autodistruzione, di pessimismo, di dolore. Ma Dori è una fonte perenne di creatività, ottimismo, positività e confronto con la vita. L'ho sposata, sì, dopo quasi vent'anni, per motivi giuridici, perche la legge italiana non equipara ancora completamente i diritti della convivente a quelli delle mogli. Ma c'eravamo già sposati sull'addiaccio del Supramonte. Una comunione ad occhi chiusi. Vivere fianco a fianco per ventiquattro ore al giorno. Che stupenda metafora! Nessuno conosce l'altro come ci conosciamo noi."

    Parole strappate. Parole monche, trattenute. "La mia risposta a qualsiasi domanda sarebbe in ogni caso il frutto di un interesse simulato." Però abbiamo continuato a parlare, con lunghe parole inutili, davanti a un fuoco e a una bottiglia di vino rosso di Sardegna fatto a quattro mani con Filippo, molto più di un nome tutelare, un fratello di pietra, di sangue, carne e coscienza. Fare il vino per lui, per gli amici, per la gioia di vederli bere e schioccare le labbra, che lui Fabrizio non schiocca più. Ricordando la promessa. Abbiamo parlato davanti al mare e alla nostra impotenza , davanti a contadini con occhi trasparenti che ridevano di noi, davanti alla pioggia e davanti  al camino, seduti sull'erba, sulla sabbia e sulle nostre sterili convinzioni. Abbiamo parlato fingendo di non conoscerci, perchè non c'era niente da dire e, se avessimo potuto dirlo, la deontologia professionale ci avrebbe costretto a darci del lei. Ma ve lo immaginate? Signor De Andrè, perchè lei ora canta in dialetto?

    "Intanto non è dialetto, casomai un idioma. In ogni caso i dialetti assurgono a dignità di lingua e le lingue decadono a indegnità di dialetto, tra parentesi, solo per motivi politici. Le lingue che parliamo sono i dialetti dell'Impero. Il genovese o il napoletano hanno una tale quantità di vocaboli, di costruzioni linguistiche, possiedono delle sonorità così belle da farmeli preferire a qualsiasi lingua imperiale. Si sente sempre parlare di cultura mediterranea, da contrapporre in qualche maniera al modo di fare musica e di cantare dell'Impero...Ne sento parlare da vent'anni, e non ho ancora sentito un disco che rappresenti o che esprima questo suono, questa policromia mediterranea".

    Ed eccomi qui a pungolarlo, a provocarlo, a estorcergli il "frutto di un interesse dissimulato". Ma è finalmente vero che quanto più un artista si esprime, meno gli resta da dire, o almeno a parole. O, detto altrimenti, se uno ha dato tutto nella sua opera, non gli rimane più energia per parlare, spiegare, commentare o giustificare. Diffido di coloro che parlano abbondantemente delle loro opere, che spiegano, che ti aiutano a trovare gli (imprecisi) significati, e infatti oltre al bicchiere di vino rosso e alle barbe lunghe non c'era niente da dire, e così ecco la provocazione per rompere il guscio di silenzio.

    "Io intendo più semplicemente la musica, il canto, come espressione dei propri sentimenti: della propria gioia, del proprio dolore...A volte può essere addirittura un tentativo di autoanalisi. Siccome tutti gli individui in fondo sono fatti delle   stesse cose, analizzando te stesso offri anche una via agli altri per conoscersi, per scoprirsi."

    Ma mi dica ancora, signor De Andrè, mi parli di questa sua scelta di solitudine, e come soli compagni il vento e le pietre, la mano rugosa di Filippo. Mi dica cosa cerca tra gli astri e tra i segreti della sua fascinazione per l'astrologia; "ah, scienza metafisica", lei dice, "o metascienza", e anche che "parlarne è involgarirla, perchè tutto ciò che è intimo nel tuo cuore non deve diventare argomento di conversazione..." Come la capisco, signor mio, e guardi che professione mi sono scelto! Pertanto le farò un'ultima domanda:

    "Di che cosa ha paura?"

    "La cosa che mi spaventa di più è rincoglionire. Il fatto di non essere più cosciente di me stesso, degli accadimenti che mi circondano. Ma anche di impoverirmi sentimentalmente, nelle emozioni. Mi spaventa questa disidratazione del cuore, di cui tutti sono vittima. Da questo punto di vista mi spaventa anche una vecchiaia lucida, cinica, priva di sentimenti... perchè ho notato che in molte persone, con l'andare degli anni, si sviluppa una tendenza ad affezionarsi alle cose, e a disaffezionarsi alle persone"

    Ma, come dice l'adagio, finchè c'è Dori, c'è speranza. Di più: Dori è il massimo dell'immaginario possibile per un uomo mediterraneo: una madre col volto da bambina, non solo, una bambina con un corpo di donna, e una donna con un corpo da odalisca... Credo proprio che ci sia almeno una speranza.

    Sarà vero?

                      
       Il nostro principale e più grande dovere è aiutare gli altri;
                    e vi prego, se non potete aiutarli,
                      almeno non fate loro del male
                                                        ( Dalai Lama)
    October 28

    Marinella


    E come tutte le più belle cose
    vivesti solo un giorno
    come le rose


    Spoon River

    L'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters
    e Non al denaro, non all'amore nè al cielo di Fabrizio De André

     
     

    «È in gamba, sai, legge Edgar Lee Masters...»
    Francesco Guccini, canzone per Piero

      Fernanda Pivano  
    Cesare Pavese  

    Tra il 1914 e il 1915 il poeta americano Edgar Lee Masters pubblicò sul "Mirror" di St. Louis una serie di epitaffi successivamente raccolti nell'Antologia di Spoon River. Ogni poesia racconta la vita di un personaggio, ci sono 19 storie che coinvolgono un totale di 244 personaggi che coprono praticamente tutte le categorie e i mestieri umani. Masters si proponeva di descrivere la vita umana raccontando le vicende di un microcosmo, il paesino di Spoon River. In realtà si ispirò a personaggi veramente esistiti nei paesini di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield (la città dei Simpson?) e infatti molte delle persone a cui le poesie erano ispirate, che erano ancora vive, si sentirono offese nel vedere le loro faccende più segrete e private pubblicate nelle poesie di E.L.Masters.
    Il bello dei personaggi di Edgar Lee Masters, infatti, è che essendo morti non hanno più niente da perdere e quindi possono raccontare la loro vita in assoluta sincerità.

    La storia della pubblicazione in Italia dell'Antologia di Spoon River è abbastanza particolare da meritare di essere raccontata. Durante il ventennio fascista la letteratura americana era ovviamente osteggiata dal regime, in particolare se esprimeva idee libertarie come nel caso di Edgar Lee Masters. La prima edizione italiana porta la data del 9 marzo 1943. Fernanda Pivano racconta «Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l'Antologia di Spoon River: me l'aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c'è tra la lettura americana e quella inglese». I primi libri americani che Pavese portò alla Pivano, lei li guardò «con grande sospetto». Ma con l'Antologia di Spoon River fu un colpo di fulmine: «l'aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così "mentre la baciavo con l'anima sulle labra, l'anima d'improvviso mi fuggì". Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così diffficile spiegare le reazioni degli adolescenti» 1.
    Per un'adolescente cresciuta in un'epoca dominata dall'"epicità a tutti i costi" i versi di Masters e la loro "scarna semplicità" furono una rivelazione.
    Quasi per conoscere meglio i personaggi, Fernanda iniziò a tradurre in italiano le poesie, naturalmente senza dirlo a Pavese: temeva che la prendesse in giro. Ma un giorno Pavese scoprì in un cassetto il manoscritto e convinse Einaudi a pubblicarlo. Incredibilmente riuscì a evitare la censura del ministero della cultura popolare cambiando il titolo in «Antologia di S.River» e spacciandolo per una raccolta di pensieri di un quanto mai improbabile San River.

    «Si direbbe che per Lee Masters la morte - la fine del tempo - è l'attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l'ha saldato, inchiodato per sempre all'anima.»
    Cesare Pavese

     

    Nel 1971 Fabrizio De André pubblicò l'album "Non al denaro, non all'amore nè al cielo", liberamente tratto dall'Antologia di Spoon River. De André scelse nove delle 244 poesie e le trasformò in altrettante canzoni.
    Le nove poesie scelte toccano fondamentalmente due grandi temi: l'invidia (Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore) e la scienza (Un medico, Un chimico, Un ottico).
    In questi due gruppi si possono scoprire delle simmetrie: il giudice perseguitato da tutti trasforma la sua invidia in sete di potere e si vendica, il chimico è tanto preso dalla scienza e dalla ricerca di un ordine perfetto da essere incapace di amare. Il malato di cuore rappresenta l'alternativa all'invidia, pur essendo in una situazione tale da poter invidiare tutti gli altri, riesce a vincere l'invidia grazie all'amore invece di lasciarsi trasportare dall'egoismo. I buoni propositi del medico vengono schiacciati dal sistema che lo obbliga a essere disonesto, mentre l'ottico vuole trasformare la realtà e mostrarci un'"altra" realtà più vera, per questo può essere accostato alle "Porte della percezione", il libro di Huxley da cui presero il nome anche i Doors. Il titolo del libro di Huxley - peraltro - si rifà a un verso del poeta inglese William Blake:
    If the doors of perception were cleansed everything would appear to man as it is: Infinite. 2

    Il suonatore Jones è l'unico in questa raccolta di poesie a cui De André lascia il nome. Infatti, mentre nelle poesie originali di Edgar Lee Masters ogni personaggio ha un nome e un cognome, i titoli delle canzoni di De André sono generici (un giudice, un medico) per sottolineare che le storie di questi personaggi sono esempi di comportamenti umani che si possono ritrovare in ogni epoca e in ogni luogo. Il suonatore Jones, il personaggio con cui l'album si chiude, invece è unico, rappresenta l'alternativa alla vita vista come lotta per raggiungere i propri scopi. Per tutta la sua lunga vita il suonatore Jones ha fatto quello che più gli è piaciuto e per questo muore senza rimpianti.
    Senza dubbio il suonatore Jones era anche il personaggio al quale De André avrebbe voluto assomigliare. Per Jones la musica non è un mestiere, è una scelta di libertà; anche De André soprattutto negli ultimi anni ha cercato di svincolarsi dalla prigione della musica come mestiere, pubblicando gli ultimi album a una distanza di sei anni uno dall'altro e riducendo le apparizioni in pubblico.

    Un aspetto fondamentale dell'Antologia di Spoon River sono i legami tra i vari personaggi. Ognuno di questi cita molti altri e così è possibile vedere la stessa storia da punti di vista diversi.
    Questo aspetto si perde nell'album di De André, era inevitabile riducendo la galleria dei personaggi a solo nove ritratti (anzi otto visto che la prima canzone, Dormono sulla collina, è l'introduzione a tutte le altre). Fa eccezione ancora una volta il suonatore Jones che viene citato nella prima poesia/canzone e si ritrova nella conclusione dell'album.

    Nelle note di copertina dell'album si trova un'interessante intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio. La stessa Pivano scrisse apposta per l'album anche una pseudo intervista a Edgar Lee Masters.

    Le canzoni dell'album sono scritte da De André insieme a Giuseppe Bentivoglio per quanto riguarda i testi e a un giovanissimo Nicola Piovani per le musiche. È il secondo album propriamente "a tema" (oggi diremmo concept-album) di De André, dopo La Buona Novella. Gli arrangiamenti sono fondamentali, alcune delle canzoni di questo album sono tra le poche di De André che non renderebbero se accompagnate solo dalla chitarra. In particolare Un ottico parte come una classica ballata ma poi si apre a suggestioni psichedeliche e a mille voci che si rincorrono.
    Proprio a causa degli arrangiamenti tanto sofisticati questi pezzi non venivano eseguiti spesso nei concerti, tant'è vero che nei vari dischi dal vivo di Fabrizio, l'unica canzone di questo album che viene riproposta è Un giudice, che la Premiata Forneria Marconi riarrangiò splendidamente negli storici concerti del 1979.


    «Fabrizio ha fatto un lavoro straordinario; lui ha praticamente riscritto queste poesie rendendole attuali, perché quelle di Masters erano legate ai problemi del suo tempo, cioè a molti decenni fa. Lui le ha fatte diventare attuali e naturalmente ha cambiato profondamente quello che era il testo originale; ma io sono contenta dei suoi cambiamenti e mi pare che lui abbia molto migliorato le poesie. Sono molto più belle quelle di Fabrizio, ci tengo a sottolinearlo.
    Sia Masters che Fabrizio sono due grandi poeti, tutti e due pacifisti, tutti e due anarchici libertari, tutti e due evocatori di quelli che sono stati i nostri sogni. Poi Fabrizio sarà sempre attuale, è un poeta di una tale levatura che scavalca i secoli.»
    (Fernanda Pivano) 3


    "Ha dei rimpianti?"
    "No. Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto."
    (Fabrizio De André, nel 1967) 4


    «Ma non pensi che sarà un 33 giri con una eccessiva dose di pessimismo?»
    «No. Io credo sempre nell'uomo e nelle sue risorse. Infatti ci sarà un personaggio, Jones il suonatore, che farà da contrappe­so agli altri; sarà lui a indicare la vera via alla felicità. Vive in campagna, lontano da tutto e da tutti, assaporando la meravigliosa musicalità che si esprime dalla natura. La morale del "mio" Spoon River è quindi "contentarsi di poco per vivere felici". Proprio come dice Jones il suonatore...»
    (Fabrizio De André in un intervista dell'ottobre 1971 )5


    «[Il suonatore Jones] è l'unico personaggio che viene chiamato per nome, è l'unico che afferma di aver vissuto una vita lunga e serena, senza nemmeno un rimpianto. Il musicista mostra di saper vedere meglio dell'ottico i messaggi reconditi della realtà; di saper guarire, più del medico, gli animi di chi lo ascolta regalando un sorriso; sa trovare, a differenza del matto, un proprio efficace linguaggio per esprimersi; gusta appieno la vita, come il malato di cuore non ha potuto fare e, cosa più importante, sceglie la libertà o, meglio, sceglie di vederla anche quando non è scritta. E con la vita può essere spezzato anche quello che di materiale lo ha accompagnato: il suo strumento (il violino in Masters, il flauto in De André), perché comunque il suo segno resterà.»
    (Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 81)


    Un poeta

    Non costringermi a divenir poeta
    non voglio esser poeta
    non voglio cantar di melograni
    o di silvie
    voglio solo dormire

    Un po' di Faber

     
















    "chi sarà a raccontare
    chi sarà
    sarà chi rimane
    io seguirò questo migrare
    seguirò questa corrente di ali
    "

    E seguendo questa corrente d'ali ci portiamo appresso le sue meravigliose storie. Sappiamo che Fabrizio ci ha lasciato ben più di una "goccia di splendore", ci ripetiamo ancora una volta che "è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati" e ci piace immaginarcelo in un lontano "vortice di polvere" a suonare, cantare, scrivere e a sfiorare il cielo "con il suo dito più corto".

    GIUGNO '73

    Tua madre ce l'ha molto con me
    perché sono sposato e in più canto
    però canto bene e non so se tua madre
    sia altrettanto capace a vergognarsi di me.

    La gazza che ti ho regalato
    è morta, tua sorella ne ha pianto,
    quel giorno non avevano fiori, peccato,
    quel giorno vendevano gazze parlanti.

    E speravo che avrebbe insegnato a tua madre
    A dirmi "Ciao come stai ", insomma non proprio a cantare
    per quello ci sono già io come sai.
    I miei amici sono tutti educati con te
    però vestono in modo un po' strano
    mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi
    "Sono loro stasera i migliori che abbiamo ".

    E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa
    Nell'imbuto di un polsino slacciato.
    I miei amici ti hanno dato la mano,
    li accompagno, il loro viaggio porta un po' più lontano.

    E tu aspetta un amore più fidato
    il tuo accendino sai io l'ho già regalato
    e lo stesso quei due peli d'elefante
    mi fermavano il sangue
    li ho dati a un passante.

    Poi il resto viene sempre da sé
    i tuoi "Aiuto" saranno ancora salvati
    io mi dico è stato meglio lasciarci
    che non esserci mai incontrati.

     
     


     
    Storia di Fabrizio
    Fabrizio Cristiano De André nacque a Genova Pegli, in via De Nicolay 12, il 18 febbraio 1940. Leggenda vuole che sul grammofono di casa, per alleviare le doglie della moglie, il professor Giuseppe De André mettesse il Valzer campestre di Gino Marinuzzi, da cui anni dopo Fabrizio avrebbe tratto spunto per uno dei suoi primi brani, Valzer per un amore.

    A causa della guerra, che aveva indotto molta gente a sfollare, trascorse i primissimi anni della sua vita nella casa di campagna di Revignano d'Asti, in compagnia della madre (Luisa Amerio), del fratello Mauro e delle due nonne, mentre il padre fu costretto alla macchia per sfuggire ai fascisti che lo braccavano.

    Quel breve periodo fu sicuramente uno dei più importanti e formativi per lui: per il tipo di vita che condusse, libero e spensierato, e per alcuni incontri determinanti, come quello col fattore Emilio Fassio, che gli trasmise l'amore per gli animali e per un ambiente che Fabrizio ricercherà per tutta la vita. L'infanzia a Revignano d'Asti e i personaggi che la popolarono - come la piccola Nina Manfieri (cui molti anni dopo dedicherà la canzone Ho visto Nina volare) o i contadini Emilio e Felicina Fassio - rimarranno fonte di rimpianto e di ispirazione fino alla sua ultimissima produzione.

    Come ha raccontato la madre, "Fabrizio era felicissimo di correre per i campi, di seguire i contadini nel lavoro, di andare a caccia con loro... Finita la guerra eravamo tutti felici di ritornare in città. Lui era disperato... Aveva cinque anni. Fu una dura sofferenza per lui, abituato com'era a correre libero per i prati... Fin da piccolo non sopportava di veder la gente soffrire. Quando uscivamo insieme, ogni volta che incontravamo un mendicante mi obbligava a fermarmi e a dargli dei soldi" [In queste ultime parole emerge la spontaneità, direi quasi l'innatezza della dimensione solidaristica del futuro anarchico].

    Al termine del conflitto, la famiglia ritornò a Genova stabilendosi nella nuova casa di Via Trieste 13. Nell'ottobre del 1946 Fabrizio fu iscritto alla prima elementare presso l'Istituto delle suore Marcelline, che egli - manifestando fin da allora l'insofferenza agli spazi ristretti e alla disciplina, ma anche una vena ironica che saprà spesso trasformarsi in autoironia - ribattezzò "Porcelline". Vani essendo risultati i tentativi delle monache di indurlo a studiare, i suoi decisero di iscriverlo per l'anno successivo a una scuola statale: Fabrizio iniziò così la seconda elementare alla scuola Armando Diaz, in via Cesare Battisti 5.

    Nell'agosto 1948, a Pocol, sopra Cortina, incontrò per la prima volta Paolo Villaggio, allora sedicenne. I due simpatizzarono subito, ma i sette anni di differenza non permisero allora che quella simpatia sfociasse in una vera e propria amicizia. Paolo e Fabrizio si persero così di vista per ritrovarsi solo una decina di anni dopo sulle tavole di un palcoscenico; e da quel momento divennero inseparabili.

    Nell'estate del 1950, terminata la quarta elementare, Fabrizio trascorse l'ultima vacanza a Revignano. Il professore aveva infatti deciso di vendere il cascinale e di acquistare un appartamento ad Asti. Fabrizio soffrì moltissimo, perché a quel luogo erano legati i suoi più bei ricordi d'infanzia. Dentro di sé decise che, una volta diventato grande, avrebbe ricomprato il cascinale e comunque non avrebbe abbandonato quei posti che tanto amava. Quel desiderio lo avrebbe accompagnato negli anni a venire e, agli amici che aveva (e che avrebbe avuto) non mancò di confidare il desiderio di un'azienda agricola tutta per sé. Anni dopo realizzerà questo sogno, anche se al di là del suo mare, in Sardegna.

    Nell'ottobre del 1951 Fabrizio iniziò le medie alla Giovanni Pascoli, nello stesso complesso scolastico che ospitava le elementari Armando Diaz. Ma, attratto com'era dal gioco e dalla vita di strada, non mostrava interesse allo studio, tanto da rimediare una bocciatura in seconda. Il padre, infuriato, decise allora di affidarlo ai rigidissimi gesuiti della Arecco, ma un deprecabile episodio con un padre "bulicio" (omosessuale) lo indusse poi a fargli terminare le medie nell'Istituto Palazzi", di cui era proprietario.

    "Dopo le medie - ha raccontato ancora la madre - si iscrisse al liceo classico Colombo, che frequentò regolarmente fino alla licenza. Nelle materie letterarie andava abbastanza bene, anche se non studiava molto, ma in quelle scientifiche faceva fatica. Comunque non faceva proprio nulla per prendersi un bel voto; gli bastava la sufficienza... La sua passione era sempre la musica. Aveva avuto in regalo una chitarra e non la lasciava mai, neppure quando andava in bagno... Incominciò a scrivere qualche canzone, a cantarla".

    Proprio durante gli anni del liceo avvenne un'esperienza determinante per De Andrè: nella primavera del 1956, infatti, suo padre portò dalla Francia due 78 giri di Georges Brassens. Dall'incontro col grande cantautore francese, Fabrizio ricavò stimoli per la lettura di autori anarchici che non abbandonerà più: Bakunin e Malatesta, Kropotkin e Stirner. Inoltre, nel mondo cantato da Brassens, egli ritrovava quei personaggi così umili e veri che vivevano nei caruggi della sua città e che troveranno spazio, comprensione e dignità nelle sue canzoni.

    De André si iscrisse anche all'università, ma le sue scelte confermarono la scarsa propensione agli studi "ufficiali": frequentò medicina, poi lettere e infine giurisprudenza, senza laurearsi. Le sue giornate trascorrevano infatti tra musica, letture (Villon e Dostoevskij, sempre Bakunin e Stirner) e, soprattutto, serate in compagnia degli amici Luigi Tenco, Gino Paoli, Paolo Villaggio e altri. Affermerà in seguito, ricordando quel tempo: "Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l'illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane".

    Intanto, nel 1958, aveva composto Nuvole barocche e E fu la notte, brani modesti scritti in collaborazione, che anni dopo Fabrizio definirà come "due peccati di gioventù". E infatti, già nell'estate del '60, scrisse insieme a Clelia Petracchi quella che ha sempre considerato la sua prima vera canzone, La ballata del Miche', che rimane, se non una delle più belle, una delle più note e, in considerazione dei soli vent'anni dell'autore, una delle più significative.

    Nel luglio 1962 sposò Enrica Rignon (detta Puny) e il 29 dicembre dello stesso anno nacque il figlio Cristiano. Fabrizio aveva appena ventitue anni, una famiglia e, più che un lavoro, un hobby poco redditizio. Ma una svolta nella sua carriera si verificò nel 1965, allorché Mina interpretò una sua composizione, La canzone di Marinella, che divenne immediatamente un best seller e lo impose all'attenzione generale. "Mi arrivano seicentomila lire in un semestre (per quegli anni una somma davvero considerevole) - dichiarò Fabrizio in un'intervista. - Allora ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che era un quartiere chic di Genova. Quindi chiusa la storia con la laurea e con tutto il resto. Da quel momento, cominciai a pensare che forse le canzoni m'avrebbero reso di più e, soprattutto, divertito di più".

    Sulla spinta di questo successo, nel 1966 vide la luce l'LP d'esordio: Tutto Fabrizio De André, contenente alcuni dei migliori brani scritti fino a quel momento, tra cui La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Il testamento, La ballata del Miché, La canzone dell'amore perduto, La città vecchia, Carlo Martello.

    Al 33 giri fece seguito nel 1967 Volume I, in cui spiccano Via del Campo, Bocca di rosa e Preghiera in gennaio: le prime due dedicate, con profondo senso di solidarietà e comprensione, a due figure di prostitute; la terza composta in occasione e a ricordo della tragica morte dell'amico Luigi Tenco, suicidatosi il 27 gennaio a Sanremo.

    Con questo album si aprì la stagione più prolifica della carriera di De André; a breve distanza uno dall'altro uscirono infatti: Tutti morimmo a stento (1968), Volume III (1968), La buona novella (1970), Non al denaro non all'amore né al cielo (1971), Storia di un impiegato (1973), Canzoni (1974) e Volume VIII (1975).

    Nel 1975 De André, che aveva sempre rifiutato il faccia a faccia col pubblico, esordì dal vivo nel locale simbolo della Versilia, "La Bussola". Nonostante i suoi timori (sembra che all'ultimo momento non volesse più salire sul palco), il concerto fu un vero e proprio successo.

    Coi soldi guadagnati acquistò un'azienda agricola nelle vicinanze di Tempio Pausania, in Sardegna. E nel 1977, dall'unione con Dori Ghezzi (la cantante milanese alla quale si era legato dal 1974, dopo la separazione dalla prima moglie), nacque Luisa Vittoria, detta Luvi. Subito dopo uscirono gli album Rimini (album) (1978), scritto in collaborazione con Massimo Bubola, e In concerto con la PFM (1979).

    La sera del 27 agosto 1979 Dori e Fabrizio furono sequestrati e rimasero prigionieri dell'Anonima per quattro mesi. La drammatica esperienza non cancellò tuttavia l'amore di Fabrizio per la sua terra d'adozione; tant'è vero che non vi è traccia di rancore nelle dichiarazioni da lui rilasciate dopo la liberazione: "I rapitori - disse - erano gentilissimi, quasi materni... Ricordo che uno di loro una sera aveva bevuto un po' di grappa di troppo e si lasciò andare fino a dire che non godeva certo della nostra situazione".

    Il 29 ottobre 1980, all'età di sessant'anni, moriva l'amato Brassens, ucciso da un tumore. De André ebbe a dire un anno dopo, durante un'intervista concessa al quotidiano "La Stampa": "Pur avendone avuto la possibilità, non ho mai voluto conoscerlo personalmente, per evitare che diventasse una persona e magari scoprirlo anche antipatico. Per me è stato un mito, una guida, un esempio; è grazie a lui che mi sono avvicinato all'anarchismo. Egli rappresentava il superamento dei valori piccolo-borghesi e insegnò anche ai borghesi certe forme di rispetto ai quali non erano abituati. I suoi testi si possono leggere anche senza la musica. Per me è come leggere Socrate: ti insegna come comportarsi o, al minimo, come non comportarsi".

    Dopo un periodo di riposo, il cantautore tornò all'attività con un album, Fabrizio De André (Indiano) (detto così per via del disegno di copertina), che contiene un brano, Hotel Supramonte, che è la rievocazione dei traumi e delle incertezze patiti durante il rapimento.

    Nel 1984 uscì Creuza de mä (album), da molti critici considerato il suo capolavoro. Il disco, che gli valse numerosi premi e riconoscimenti e che venne presentato al pubblico nel corso di una memorabile tournée col figlio Cristiano e con Mauro Pagani (della PFM), evoca suoni, profumi, voci, odori e sapori di tutto il Mediterraneo, ma è soprattutto - come lo ha definito Luigi Viva - "un canto d'amore a Genova".

    L'anno successivo Fabrizio fu colpito da un grave lutto: all'età di 72 anni moriva infatti suo padre, uomo influente e assai noto a Genova. In un'intervista all'amico Cesare G. Romana dirà: "Il problema non è che gli volevo bene, perché questo non finisce. Il problema è che lui ne voleva a me".
    Pochi anni dopo, nell'estate del 1989, morì il fratello Mauro, colpito da aneurisma. Aveva appena 54 anni, e Fabrizio fu naturalmente scosso dalla terribile notizia: "Alla morte di mio padre, almeno, eravamo preparati: era anziano. Ma Mauro...".

    Ci furono, però, anche momenti lieti, come il matrimonio con Dori Ghezzi, celebrato nel dicembre del 1989 dopo quindici anni di convivenza; e ci fu anche il matrimonio di Cristiano.

    Nel 1990, dopo sei anni di silenzio, uscì il nuovo album Le nuvole (album), sicuramente il disco più apertamente politico di tutta la produzione del cantautore, che tocca il suo apice con La domenica delle salme.

    Nel 1991, a distanza di sette anni dal suo ultimo tour, Fabrizio tornò a calcare il palcoscenico con rinnovato successo, traendone l'LP dal vivo Fabrizio De André 1991 - Concerti.

    Nel 1992, anno delle Colombiane, Genova festeggiò con un'esposizione e lavori per svariati miliardi i cinquecento anni della scoperta dell'America: De André venne invitato a partecipare e ad esibirsi con Bob Dylan, ma rifiutò il benché minimo coinvolgimento, ricordando anzi lo sterminio degli Indiani d'America.

    Il 3 gennaio 1995, all'età di ottantatré anni, venne a mancare la madre Luisa, unica della famiglia a morire di vecchiaia.

    Nel 1996 uscì Anime salve, scritto in collaborazione con Ivano Fossati, che ruota intorno al duplice tema delle minoranze isolate e della solitudine. Nello stesso anno pubblica presso Einaudi Un destino ridicolo, romanzo scritto a quattro mani con Alessandro Gennari.

    Nel 1997 fu pubblicato Mi innamoravo di tutto, raccolta di vecchi brani scelti dall'autore, fra cui spiccano la versione originale di Bocca di rosa e La canzone di Marinella cantata in duetto con Mina.

    Nell'estate del 1998 fu costretto a interrompere il tour seguito ad Anime salve. La tac, eseguita il 25 agosto, non lasciava speranze: tumore ai polmoni.

    Appena pochi mesi dopo, alle ore 2.15 di notte dell'11 gennaio 1999, Fabrizio moriva presso l'Istituto Tumori di Milano, dov'era ricoverato, assistito sino all'ultimo momento dai suoi cari.

    Una folla commossa, di oltre diecimila persone, ha seguito i suoi funerali, svoltisi il 13 gennaio nella Basilica di Carignano, a Genova. Su quel mare di umanità svettavano la bandiera del Genoa (la sua squadra del cuore) e quella anarchica (a testimonianza e ricordo del suo "credo" politico, o meglio del suo "modo d'essere").

    Riposa al cimitero di Staglieno, nella cappella di famiglia.

     
     
     
     

    Inverno

    INVERNO

    Sale la nebbia sui prati bianchi

    come un cipresso nei camposanti

    un campanile che non sembra vero

    segna il confine fra la terra e il cielo

     

    Ma tu che vai, ma tu rimani

    vedrai la neve se ne andrà domani

    rifioriranno le gioie passate

    col vento caldo di un'altra estate

     

    Anche la luce sembra morire

    nell'ombra incerta di un divenire

    dove anche l'alba diventa sera

    e i volti sembrano teschi di cera

     

    Ma tu che vai, ma tu rimani

    anche la neve morirà domani

    l'amore ancora ci passerà vicino

    nella stagione del biancospino

     

    La terra stanca sotto la neve

    dorme il silenzio di un sonno greve

    l'inverno raccoglie la sua fatica

    di mille secoli, da un'alba antica

     

    Ma tu che stai, perché rimani?

    Un altro inverno tornerà domani

    cadrà altra neve a consolare i campi

    cadrà altra neve sui camposanti

     

    Testo: F.De Andrè

    Anno di pubblicazione: 1968

     

    Mi presento

    Mi presento.
    Sono un signore di mezza età.
    Uno normale.
    Mi piace Fabrizio
    Mi piace Giacomo Leopardi
    Parlerò di loro, ma anche di poesia
    e di me.
    A presto