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October 30 Qualcosa di faberLa vita Fila la lanaNella guerra di Valois il Signor di Vly è morto, se sia stato un prode eroe non si sa, non è ancor certo. Ma la dama abbandonata lamentando la sua morte per mill'anni e forse ancora piangerà la triste sorte. Fila la lana, fila i tuoi giorni lluditi ancora che lui ritorni, libro di dolci sogni d'amore apri le pagine al suo dolore. Son tornati a cento e a mille i guerrieri di Valois, son tornati alle famiglie, ai palazzi alle città. Ma la dama abbandonata non ritroverà il suo amore e il gran ceppo nel camino non varrà a scaldarle il cuore. Fila la lana, fila i tuoi giorni illuditi ancora che lui ritorni, libro di dolci sogni d'amore apri le pagine al suo dolore. Cavalieri che in battaglia ignorate la paura stretta sia la vostra maglia, ben temprata l'armatura. Al nemico che vi assalta siate presti a dar risposta perché dietro a quelle mura vi s'attende senza sosta. Fila la lana, fila i tuoi giorni illuditi ancora che lui ritorni, libro di dolci sogni d'amore chiudi le pagine sul suo dolore. ![]() LuviLuvi De André, verranno a chiederti della tua musica...La figlia del leggendario cantastorie genovese debutta con l'album "Io non sono innocente"
Sarebbe inutile (e un pochino pretenzioso...) domandare a Luvi De André di parlare diffusamente del Faber, alias l'indimenticabile Fabrizio De André, il più potente "cantastorie" (sapete, a lui piaceva essere chiamato così...) che questa nazione abbia mai avuto. Simone Sacco Come va, Luvi? "Bene, cioè 'bene' per modo di dire. In tutta sincerità, sono abbastanza in ansia. Non mi ci trovo proprio a rilasciare interviste...". Non male - come inizio - per una che ha finalmente deciso di confrontarsi con lo schizofrenico e mai rilassato mondo del music-business... "Lo so (sorride, Ndr) ma ne avevo abbastanza di prendermi in giro con idee abortite una dietro l'altra... Sai, negli ultimi anni ho provato a vedermi sia come fotografa che come stilista ma è stato tutto inutile: l'unica passione che, fin dall'infanzia, non mi ha mai abbandonata è stata proprio la musica...". Il tuo sembra quasi un "mea culpa"... "In parte lo è. Io, comunque, l'ho sempre inquadrato come un problema generazionale: troppi miei coetanei, infatti, si rifugiano in un obbiettivo di comodo e si lasciano trasportare dalla corrente, non realizzando mai nulla di concreto. Avvicinandomi ai trent'anni (li compirà nel 2007, Ndr) mi sono però resa conto che dovevo focalizzare le mie ambizioni una volta per tutte. Anche se tutto ciò mi imponeva di tornare sotto le luci del palcoscenico...". October 29 Un'intervista
Fabrizio De Andrè sembra andare e venire e poi tornare...come le nuvole. Sembra sparito, inghiottito, dissolto tra i crepacci della Gallura, mentre segue le orme di una mucca o l'odore di un cespuglio. Una presenza che per anni è rimasta soltanto nell'immaginario collettivo e poi è ricomparso. E ogni volta vien voglia di chiedergli: "Perchè l'hai fatto? Perchè sei riuscito dal crepaccio a cantare speranze e maledizioni che sembravano sopite per sempre?" E c'è un senso di rassegnazione, di cosmica ineluttabilità nel suo risponderti: "Non faccio nulla. Sono come una nuvola che si riempie di pioggia e quando è gonfia deve scoppiare e spandere la sua acqua ai quattro venti..." Quasi sessant'anni ormai, una chitarra, una città come Genova, di poeti e navigatori, una bottiglia di whisky, anzi una fila, un sentiero per amico. Poi, come in tutte le storie, un grande padre che muore. Gli chiese solo, in punto di morte: "Figliolo, buon figliolo, fammi una promessa. Non ti ho mai chiesto nulla" "Certo, padre mio, cosa vuoi dal tuo figliolo?" "Promettimi che smetterai di bere, bambino mio, promettilo." "Ma padre, o belin, non mi puoi fare uno scherzo del genere proprio sul punto di morte, e con che cosa brinderò a questa tua dipartita?" Ma le promesse sono promesse, almeno nel regno degli uomini e così Fabrizio ha smesso di bere. Altre ombre si agitano nei suoi occhi di mare in tempesta, nomi di gente come si trovano solo nei racconti di Pavese, un eterno giaccone blu, una barba come sempre lunga, un letto sempre sfatto ma cosparso di poesia e frammenti di vita e sapere come una bibblioteca alessandrina. I capelli sempre spettinati, un volto che molta gente nemmeno conosce, ma un volto sempre incazzato, un sorriso sempre nascosto da cose impossibili a dire, perchè tutto è già stato cantato. Un'anarchia portata sempre a bandiera, un rapimento e tre mesi vissuti all'addiaccio con gli occhi bendati..."Ti chiudono gli occhi e sei costretto a guardare dentro di te. Ah gli occhi... se non mi fossi messo a cantare , sarei stato un pittore. Anche perchè mi piace considerare una canzone simile a un dipinto, dove alcuni elementi stanno in primo piano, altri in secondo piano, altri svolgono la funzione di fondale. Così la voce, il tema e la melodia potrebbero assumere le sembianze figurative della donna con il bambino in La Tempesta di Giorgione. Laddove l'arrangiamento, nei suoi piani strumentali, potrebbe rappresentare i vari elementi del paesaggio... Rigore e ambiguità, mani lunghe e affusolate da nobile, con vene da contadino, voce da portuale con espressioni da nouveau philosophe, tenerezza e insofferenza, da Porta a Penna alcuni dei versi più belli di questa generazione, una generazione di amanti e di sfigati, di ribelli e di pantofolai, di artisti col desiderio di anonimato e di anonimi col desiderio di essere segno e simbolo, di idealisti pronti a rinunciare a tutto e di rivoluzionari non disposti a rinunciare a niente... "Io passo la maggior parte della mia vita in solitudine. Non mi capita spesso di essere coinvolto da questo tipo di sentimenti. Mi capita più sovente di essere emozionato, o di provare meraviglia e stupore come un bambino. Oppure, quando scende la notte dell'anima cado in uno stato di atarassia, di totale assenza di partecipazione emotiva". Poche amicizie, ma come si suol dire sincere, voglia di avventura e nido di famiglia, grande vecchio ed eterno bambino, passare dalle favole all'analisi e ritorno senza soluzione di continuità. Passare dal futuro attraverso il tempo perduto, quando le cose avevano un nome, nascevano e morivano con te e nessuno poteva portartele via. Il pudore estremo dei propri sentimenti, un amore per Dori che va oltre la parola e che nessuna parola d'amore potrebbe mai descrivere o contenere. "Sarei forse morto: di amarezza, di alcol, di autodistruzione, di pessimismo, di dolore. Ma Dori è una fonte perenne di creatività, ottimismo, positività e confronto con la vita. L'ho sposata, sì, dopo quasi vent'anni, per motivi giuridici, perche la legge italiana non equipara ancora completamente i diritti della convivente a quelli delle mogli. Ma c'eravamo già sposati sull'addiaccio del Supramonte. Una comunione ad occhi chiusi. Vivere fianco a fianco per ventiquattro ore al giorno. Che stupenda metafora! Nessuno conosce l'altro come ci conosciamo noi." Parole strappate. Parole monche, trattenute. "La mia risposta a qualsiasi domanda sarebbe in ogni caso il frutto di un interesse simulato." Però abbiamo continuato a parlare, con lunghe parole inutili, davanti a un fuoco e a una bottiglia di vino rosso di Sardegna fatto a quattro mani con Filippo, molto più di un nome tutelare, un fratello di pietra, di sangue, carne e coscienza. Fare il vino per lui, per gli amici, per la gioia di vederli bere e schioccare le labbra, che lui Fabrizio non schiocca più. Ricordando la promessa. Abbiamo parlato davanti al mare e alla nostra impotenza , davanti a contadini con occhi trasparenti che ridevano di noi, davanti alla pioggia e davanti al camino, seduti sull'erba, sulla sabbia e sulle nostre sterili convinzioni. Abbiamo parlato fingendo di non conoscerci, perchè non c'era niente da dire e, se avessimo potuto dirlo, la deontologia professionale ci avrebbe costretto a darci del lei. Ma ve lo immaginate? Signor De Andrè, perchè lei ora canta in dialetto? "Intanto non è dialetto, casomai un idioma. In ogni caso i dialetti assurgono a dignità di lingua e le lingue decadono a indegnità di dialetto, tra parentesi, solo per motivi politici. Le lingue che parliamo sono i dialetti dell'Impero. Il genovese o il napoletano hanno una tale quantità di vocaboli, di costruzioni linguistiche, possiedono delle sonorità così belle da farmeli preferire a qualsiasi lingua imperiale. Si sente sempre parlare di cultura mediterranea, da contrapporre in qualche maniera al modo di fare musica e di cantare dell'Impero...Ne sento parlare da vent'anni, e non ho ancora sentito un disco che rappresenti o che esprima questo suono, questa policromia mediterranea". Ed eccomi qui a pungolarlo, a provocarlo, a estorcergli il "frutto di un interesse dissimulato". Ma è finalmente vero che quanto più un artista si esprime, meno gli resta da dire, o almeno a parole. O, detto altrimenti, se uno ha dato tutto nella sua opera, non gli rimane più energia per parlare, spiegare, commentare o giustificare. Diffido di coloro che parlano abbondantemente delle loro opere, che spiegano, che ti aiutano a trovare gli (imprecisi) significati, e infatti oltre al bicchiere di vino rosso e alle barbe lunghe non c'era niente da dire, e così ecco la provocazione per rompere il guscio di silenzio. "Io intendo più semplicemente la musica, il canto, come espressione dei propri sentimenti: della propria gioia, del proprio dolore...A volte può essere addirittura un tentativo di autoanalisi. Siccome tutti gli individui in fondo sono fatti delle stesse cose, analizzando te stesso offri anche una via agli altri per conoscersi, per scoprirsi." Ma mi dica ancora, signor De Andrè, mi parli di questa sua scelta di solitudine, e come soli compagni il vento e le pietre, la mano rugosa di Filippo. Mi dica cosa cerca tra gli astri e tra i segreti della sua fascinazione per l'astrologia; "ah, scienza metafisica", lei dice, "o metascienza", e anche che "parlarne è involgarirla, perchè tutto ciò che è intimo nel tuo cuore non deve diventare argomento di conversazione..." Come la capisco, signor mio, e guardi che professione mi sono scelto! Pertanto le farò un'ultima domanda: "Di che cosa ha paura?" "La cosa che mi spaventa di più è rincoglionire. Il fatto di non essere più cosciente di me stesso, degli accadimenti che mi circondano. Ma anche di impoverirmi sentimentalmente, nelle emozioni. Mi spaventa questa disidratazione del cuore, di cui tutti sono vittima. Da questo punto di vista mi spaventa anche una vecchiaia lucida, cinica, priva di sentimenti... perchè ho notato che in molte persone, con l'andare degli anni, si sviluppa una tendenza ad affezionarsi alle cose, e a disaffezionarsi alle persone" Ma, come dice l'adagio, finchè c'è Dori, c'è speranza. Di più: Dori è il massimo dell'immaginario possibile per un uomo mediterraneo: una madre col volto da bambina, non solo, una bambina con un corpo di donna, e una donna con un corpo da odalisca... Credo proprio che ci sia almeno una speranza.
Sarà vero? Il nostro principale e più grande dovere è aiutare gli altri;
e vi prego, se non potete aiutarli,
almeno non fate loro del male
( Dalai Lama) Spoon RiverL'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters
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"chi sarà a raccontare E seguendo questa corrente d'ali ci portiamo appresso le sue meravigliose storie. Sappiamo che Fabrizio ci ha lasciato ben più di una "goccia di splendore", ci ripetiamo ancora una volta che "è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati" e ci piace immaginarcelo in un lontano "vortice di polvere" a suonare, cantare, scrivere e a sfiorare il cielo "con il suo dito più corto". GIUGNO '73Tua madre ce l'ha molto con me La gazza che ti ho regalato E speravo che avrebbe insegnato a tua madre E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa E tu aspetta un amore più fidato Poi il resto viene sempre da sé |
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Storia di FabrizioFabrizio Cristiano De André nacque a Genova Pegli, in via De Nicolay 12, il 18 febbraio 1940. Leggenda vuole che sul grammofono di casa, per alleviare le doglie della moglie, il professor Giuseppe De André mettesse il Valzer campestre di Gino Marinuzzi, da cui anni dopo Fabrizio avrebbe tratto spunto per uno dei suoi primi brani, Valzer per un amore.
A causa della guerra, che aveva indotto molta gente a sfollare, trascorse i primissimi anni della sua vita nella casa di campagna di Revignano d'Asti, in compagnia della madre (Luisa Amerio), del fratello Mauro e delle due nonne, mentre il padre fu costretto alla macchia per sfuggire ai fascisti che lo braccavano.
Quel breve periodo fu sicuramente uno dei più importanti e formativi per lui: per il tipo di vita che condusse, libero e spensierato, e per alcuni incontri determinanti, come quello col fattore Emilio Fassio, che gli trasmise l'amore per gli animali e per un ambiente che Fabrizio ricercherà per tutta la vita. L'infanzia a Revignano d'Asti e i personaggi che la popolarono - come la piccola Nina Manfieri (cui molti anni dopo dedicherà la canzone Ho visto Nina volare) o i contadini Emilio e Felicina Fassio - rimarranno fonte di rimpianto e di ispirazione fino alla sua ultimissima produzione.
Come ha raccontato la madre, "Fabrizio era felicissimo di correre per i campi, di seguire i contadini nel lavoro, di andare a caccia con loro... Finita la guerra eravamo tutti felici di ritornare in città. Lui era disperato... Aveva cinque anni. Fu una dura sofferenza per lui, abituato com'era a correre libero per i prati... Fin da piccolo non sopportava di veder la gente soffrire. Quando uscivamo insieme, ogni volta che incontravamo un mendicante mi obbligava a fermarmi e a dargli dei soldi" [In queste ultime parole emerge la spontaneità, direi quasi l'innatezza della dimensione solidaristica del futuro anarchico].
Al termine del conflitto, la famiglia ritornò a Genova stabilendosi nella nuova casa di Via Trieste 13. Nell'ottobre del 1946 Fabrizio fu iscritto alla prima elementare presso l'Istituto delle suore Marcelline, che egli - manifestando fin da allora l'insofferenza agli spazi ristretti e alla disciplina, ma anche una vena ironica che saprà spesso trasformarsi in autoironia - ribattezzò "Porcelline". Vani essendo risultati i tentativi delle monache di indurlo a studiare, i suoi decisero di iscriverlo per l'anno successivo a una scuola statale: Fabrizio iniziò così la seconda elementare alla scuola Armando Diaz, in via Cesare Battisti 5.
Nell'agosto 1948, a Pocol, sopra Cortina, incontrò per la prima volta Paolo Villaggio, allora sedicenne. I due simpatizzarono subito, ma i sette anni di differenza non permisero allora che quella simpatia sfociasse in una vera e propria amicizia. Paolo e Fabrizio si persero così di vista per ritrovarsi solo una decina di anni dopo sulle tavole di un palcoscenico; e da quel momento divennero inseparabili.
Nell'estate del 1950, terminata la quarta elementare, Fabrizio trascorse l'ultima vacanza a Revignano. Il professore aveva infatti deciso di vendere il cascinale e di acquistare un appartamento ad Asti. Fabrizio soffrì moltissimo, perché a quel luogo erano legati i suoi più bei ricordi d'infanzia. Dentro di sé decise che, una volta diventato grande, avrebbe ricomprato il cascinale e comunque non avrebbe abbandonato quei posti che tanto amava. Quel desiderio lo avrebbe accompagnato negli anni a venire e, agli amici che aveva (e che avrebbe avuto) non mancò di confidare il desiderio di un'azienda agricola tutta per sé. Anni dopo realizzerà questo sogno, anche se al di là del suo mare, in Sardegna.
Nell'ottobre del 1951 Fabrizio iniziò le medie alla Giovanni Pascoli, nello stesso complesso scolastico che ospitava le elementari Armando Diaz. Ma, attratto com'era dal gioco e dalla vita di strada, non mostrava interesse allo studio, tanto da rimediare una bocciatura in seconda. Il padre, infuriato, decise allora di affidarlo ai rigidissimi gesuiti della Arecco, ma un deprecabile episodio con un padre "bulicio" (omosessuale) lo indusse poi a fargli terminare le medie nell'Istituto Palazzi", di cui era proprietario.
"Dopo le medie - ha raccontato ancora la madre - si iscrisse al liceo classico Colombo, che frequentò regolarmente fino alla licenza. Nelle materie letterarie andava abbastanza bene, anche se non studiava molto, ma in quelle scientifiche faceva fatica. Comunque non faceva proprio nulla per prendersi un bel voto; gli bastava la sufficienza... La sua passione era sempre la musica. Aveva avuto in regalo una chitarra e non la lasciava mai, neppure quando andava in bagno... Incominciò a scrivere qualche canzone, a cantarla".
Proprio durante gli anni del liceo avvenne un'esperienza determinante per De Andrè: nella primavera del 1956, infatti, suo padre portò dalla Francia due 78 giri di Georges Brassens. Dall'incontro col grande cantautore francese, Fabrizio ricavò stimoli per la lettura di autori anarchici che non abbandonerà più: Bakunin e Malatesta, Kropotkin e Stirner. Inoltre, nel mondo cantato da Brassens, egli ritrovava quei personaggi così umili e veri che vivevano nei caruggi della sua città e che troveranno spazio, comprensione e dignità nelle sue canzoni.
De André si iscrisse anche all'università, ma le sue scelte confermarono la scarsa propensione agli studi "ufficiali": frequentò medicina, poi lettere e infine giurisprudenza, senza laurearsi. Le sue giornate trascorrevano infatti tra musica, letture (Villon e Dostoevskij, sempre Bakunin e Stirner) e, soprattutto, serate in compagnia degli amici Luigi Tenco, Gino Paoli, Paolo Villaggio e altri. Affermerà in seguito, ricordando quel tempo: "Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l'illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane".
Intanto, nel 1958, aveva composto Nuvole barocche e E fu la notte, brani modesti scritti in collaborazione, che anni dopo Fabrizio definirà come "due peccati di gioventù". E infatti, già nell'estate del '60, scrisse insieme a Clelia Petracchi quella che ha sempre considerato la sua prima vera canzone, La ballata del Miche', che rimane, se non una delle più belle, una delle più note e, in considerazione dei soli vent'anni dell'autore, una delle più significative.
Nel luglio 1962 sposò Enrica Rignon (detta Puny) e il 29 dicembre dello stesso anno nacque il figlio Cristiano. Fabrizio aveva appena ventitue anni, una famiglia e, più che un lavoro, un hobby poco redditizio. Ma una svolta nella sua carriera si verificò nel 1965, allorché Mina interpretò una sua composizione, La canzone di Marinella, che divenne immediatamente un best seller e lo impose all'attenzione generale. "Mi arrivano seicentomila lire in un semestre (per quegli anni una somma davvero considerevole) - dichiarò Fabrizio in un'intervista. - Allora ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che era un quartiere chic di Genova. Quindi chiusa la storia con la laurea e con tutto il resto. Da quel momento, cominciai a pensare che forse le canzoni m'avrebbero reso di più e, soprattutto, divertito di più".
Sulla spinta di questo successo, nel 1966 vide la luce l'LP d'esordio: Tutto Fabrizio De André, contenente alcuni dei migliori brani scritti fino a quel momento, tra cui La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Il testamento, La ballata del Miché, La canzone dell'amore perduto, La città vecchia, Carlo Martello.
Al 33 giri fece seguito nel 1967 Volume I, in cui spiccano Via del Campo, Bocca di rosa e Preghiera in gennaio: le prime due dedicate, con profondo senso di solidarietà e comprensione, a due figure di prostitute; la terza composta in occasione e a ricordo della tragica morte dell'amico Luigi Tenco, suicidatosi il 27 gennaio a Sanremo.
Con questo album si aprì la stagione più prolifica della carriera di De André; a breve distanza uno dall'altro uscirono infatti: Tutti morimmo a stento (1968), Volume III (1968), La buona novella (1970), Non al denaro non all'amore né al cielo (1971), Storia di un impiegato (1973), Canzoni (1974) e Volume VIII (1975).
Nel 1975 De André, che aveva sempre rifiutato il faccia a faccia col pubblico, esordì dal vivo nel locale simbolo della Versilia, "La Bussola". Nonostante i suoi timori (sembra che all'ultimo momento non volesse più salire sul palco), il concerto fu un vero e proprio successo.
Coi soldi guadagnati acquistò un'azienda agricola nelle vicinanze di Tempio Pausania, in Sardegna. E nel 1977, dall'unione con Dori Ghezzi (la cantante milanese alla quale si era legato dal 1974, dopo la separazione dalla prima moglie), nacque Luisa Vittoria, detta Luvi. Subito dopo uscirono gli album Rimini (album) (1978), scritto in collaborazione con Massimo Bubola, e In concerto con la PFM (1979).
La sera del 27 agosto 1979 Dori e Fabrizio furono sequestrati e rimasero prigionieri dell'Anonima per quattro mesi. La drammatica esperienza non cancellò tuttavia l'amore di Fabrizio per la sua terra d'adozione; tant'è vero che non vi è traccia di rancore nelle dichiarazioni da lui rilasciate dopo la liberazione: "I rapitori - disse - erano gentilissimi, quasi materni... Ricordo che uno di loro una sera aveva bevuto un po' di grappa di troppo e si lasciò andare fino a dire che non godeva certo della nostra situazione".
Il 29 ottobre 1980, all'età di sessant'anni, moriva l'amato Brassens, ucciso da un tumore. De André ebbe a dire un anno dopo, durante un'intervista concessa al quotidiano "La Stampa": "Pur avendone avuto la possibilità, non ho mai voluto conoscerlo personalmente, per evitare che diventasse una persona e magari scoprirlo anche antipatico. Per me è stato un mito, una guida, un esempio; è grazie a lui che mi sono avvicinato all'anarchismo. Egli rappresentava il superamento dei valori piccolo-borghesi e insegnò anche ai borghesi certe forme di rispetto ai quali non erano abituati. I suoi testi si possono leggere anche senza la musica. Per me è come leggere Socrate: ti insegna come comportarsi o, al minimo, come non comportarsi".
Dopo un periodo di riposo, il cantautore tornò all'attività con un album, Fabrizio De André (Indiano) (detto così per via del disegno di copertina), che contiene un brano, Hotel Supramonte, che è la rievocazione dei traumi e delle incertezze patiti durante il rapimento.
Nel 1984 uscì Creuza de mä (album), da molti critici considerato il suo capolavoro. Il disco, che gli valse numerosi premi e riconoscimenti e che venne presentato al pubblico nel corso di una memorabile tournée col figlio Cristiano e con Mauro Pagani (della PFM), evoca suoni, profumi, voci, odori e sapori di tutto il Mediterraneo, ma è soprattutto - come lo ha definito Luigi Viva - "un canto d'amore a Genova".
L'anno successivo Fabrizio fu colpito da un grave lutto: all'età di 72 anni moriva infatti suo padre, uomo influente e assai noto a Genova. In un'intervista all'amico Cesare G. Romana dirà: "Il problema non è che gli volevo bene, perché questo non finisce. Il problema è che lui ne voleva a me".
Pochi anni dopo, nell'estate del 1989, morì il fratello Mauro, colpito da aneurisma. Aveva appena 54 anni, e Fabrizio fu naturalmente scosso dalla terribile notizia: "Alla morte di mio padre, almeno, eravamo preparati: era anziano. Ma Mauro...".
Ci furono, però, anche momenti lieti, come il matrimonio con Dori Ghezzi, celebrato nel dicembre del 1989 dopo quindici anni di convivenza; e ci fu anche il matrimonio di Cristiano.
Nel 1990, dopo sei anni di silenzio, uscì il nuovo album Le nuvole (album), sicuramente il disco più apertamente politico di tutta la produzione del cantautore, che tocca il suo apice con La domenica delle salme.
Nel 1991, a distanza di sette anni dal suo ultimo tour, Fabrizio tornò a calcare il palcoscenico con rinnovato successo, traendone l'LP dal vivo Fabrizio De André 1991 - Concerti.
Nel 1992, anno delle Colombiane, Genova festeggiò con un'esposizione e lavori per svariati miliardi i cinquecento anni della scoperta dell'America: De André venne invitato a partecipare e ad esibirsi con Bob Dylan, ma rifiutò il benché minimo coinvolgimento, ricordando anzi lo sterminio degli Indiani d'America.
Il 3 gennaio 1995, all'età di ottantatré anni, venne a mancare la madre Luisa, unica della famiglia a morire di vecchiaia.
Nel 1996 uscì Anime salve, scritto in collaborazione con Ivano Fossati, che ruota intorno al duplice tema delle minoranze isolate e della solitudine. Nello stesso anno pubblica presso Einaudi Un destino ridicolo, romanzo scritto a quattro mani con Alessandro Gennari.
Nel 1997 fu pubblicato Mi innamoravo di tutto, raccolta di vecchi brani scelti dall'autore, fra cui spiccano la versione originale di Bocca di rosa e La canzone di Marinella cantata in duetto con Mina.
Nell'estate del 1998 fu costretto a interrompere il tour seguito ad Anime salve. La tac, eseguita il 25 agosto, non lasciava speranze: tumore ai polmoni.
Appena pochi mesi dopo, alle ore 2.15 di notte dell'11 gennaio 1999, Fabrizio moriva presso l'Istituto Tumori di Milano, dov'era ricoverato, assistito sino all'ultimo momento dai suoi cari.
Una folla commossa, di oltre diecimila persone, ha seguito i suoi funerali, svoltisi il 13 gennaio nella Basilica di Carignano, a Genova. Su quel mare di umanità svettavano la bandiera del Genoa (la sua squadra del cuore) e quella anarchica (a testimonianza e ricordo del suo "credo" politico, o meglio del suo "modo d'essere").Riposa al cimitero di Staglieno, nella cappella di famiglia.
Grazie, Mariella: http://spaces.msn.com/members/AnimaeCuore
Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo
Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un'altra estate
Anche la luce sembra morire
nell'ombra incerta di un divenire
dove anche l'alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera
Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l'amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino
La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l'inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un'alba antica
Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti
Testo: F.De Andrè
Anno di pubblicazione: 1968

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